Verde, vento, sole, analisi del testo di Petrarca, tre sufficienze fino ad adesso, mal di testa, caffé, miao e vicini di casa.
I miei vicini di casa arrivano con la primavera e passano la domenica così. Col flessibile in mano lui costruisce capolavori stagionali, come le torri Eiffel, ricordo la volta della fontana ad acqua rigenerantesi, diceva ad alta voce e non c’era milanese che non passasse di qua a sentirlo dire quanto lo consolasse il suono della fontana, fru ffru fururuu sccccccchhh, scrosc scrosc. I futuristi glie fanno na sega al milanese.
Quest’anno è la volta di un gazebo e di non so quale diavoleria di cicalino che imita il canto dei passerotti. Ecco, io dal balcone vedo bosco, canneto, lago che a notte a maggio le rane fanno bellissimi concerti e gli uccellini, ci sono quelli veri, cosa cazzo serve a un milanese un cicalino con fotocellula che imiti un usignuolo. Il Giambattista Marino gli fa na sega al milanese.
Fiu fiu fiu cipicipì. Un cicalino. Un uccello finto, il milanese.
“Cazzo sei un pirla, ti ho chiamato cento volte oggi, digli moglie a che ora l’abbiamo chiamato eh e moglie dice una alle dieci, urlando a chi urla al telefono, una alle undici, cazzo sei rincoglionito, sì siamo qui al lago come stai eh, cazzo” Terza telefonata in mondoaudizione, del pomeriggio.
Marito, è pronto, è l’urlo di quando scoccano la cena delle sei e trenta di sera e il pranzo al mezzodì di ogni santa domenica. Marito, porto fuori il cane. Urla dalla casa al giardino, due metri più in là, per sovrastare la sega circolare e il flessibile. Marito, vado in bagno.
Per fortuna alle otto di sera se ne vanno a dormire; è una giornata oggi di luce irreale, di quella che mi fa sempre un po’ male, stasera, dopo le otto, finite le insufficienze sul povero Petrarca e su quanto mi resta di scartoffie, stasera me ne torno fronte cortile, mi ascolto le rane nel silenzio dei milanesi che dormono o di quelli che tornano, me le ascolto in silenzio, con un liquorino e un sigarillo svizzero.
Pace. Sono una capricciosa della pace.



