Che poi presiedi una commissione che la devi contenere. Che si ride, i corridoi sono pieni delle tue risa. Che mangiamo, che si beve, che non si sputasentenze. Che c’è stima di quella non ipocrita, tanto per dire e ne avevi un bisogno. Che avere quel potere decisionale, come al solito, ti solletica un po’. Va bene, ammettiamo, più di un po’. Che sentire l’armonia è bellissimo, se lavori coi ragazzi, ma che come sempre, parte dagli adulti. Che in un gruppo di lavoro (ma anche esaminandi) gli uomini son uomini, e le donne, donne. Ah, madame la Président de La Palisse. Che ti porti a casa un pezzettino di una tesina, che questo non te lo immaginavi proprio, che la smonti la tesina e la candidata, le chiedi la firma, sia mai sia famosa un giorno, tu hai un originale. Che sto imparando molto e che la mia bestia nera, svogliatissima, inutilissima, resta la fisica e Ohm e l’elettroscopio e quelle cose lì, di nuovo liceale, insomma a dirla tutta
Che GG non è la Gatta Gennara come qualcuno mi abbrevia. Ma era l’urlo all’unisono con i fanciulli più giovani già arrampicati ai ferri della tensostruttura. Era Gigi-Gigi-Gigi scanditissimo che quel rigore ce lo doveva parare e l’ha fatto, il nostro Gigi Buffon e da lì il boato che c’ero in piedi anche io tifosa tutta diesel che parte pianissimo e poi si armonizza con tutta la variegata popolazione del maxischermo sulla spiaggia.
Che è un appuntamento che sa di molti giugno il maxischermo sulla spiaggia e soprattutto la SUA spiaggia, la spiaggetta dei pesciolini fritti, che era iniziata con l’incontro di vecchie glorie e il riassunto di tutti i bambini nati e nascendi, certo, il solito conteggio infame che le viene voglia di urlare. Ma su quella spiaggia, la SUA spiaggia, il luogo che avrebbe rimpianto più di tutti, se lo diceva durante gli esercizi di abbandono, gli esercizi di emigrazione, stasera c’era anche l’orchestra, alle spalle dello schermone. Di quelle orchestre luccicanti che fanno il liscio e il capo orchestra all’intervallo diceva la facciamo una mazurca e tutti a urlare NOOOOOOOOOO sulla sua spiaggia, quella del quante volte t’avrei portato lì, amore.
La gatta Gennara quindi aveva Italia-Inghilterra davanti e l’orchestra di spalle e si è girata che il liscio le mette sempre allegria, che il ballerino si è perso ma di ballerini si sa, ce n’è in gir tanti che quando le tornerà la voglia, ballerà. E poi i supplementari e l’orchestra abbattuta, rassegnata ai lustrini in silenzio e poi i rigori perché non fosse una vittoria di Pirlo, perché dai Diamanti non è vero che non nasce niente, dai Diamanti nascono i gol.
GG, GG, GG, il boato e io ci tenevo di vedere un’altra Italia-Germania che per noi nostalgici sarà sempre un quattro a tre. E poi tornare verso casa, defluire al buio, lasciando alle spalle la spiaggia, dove un cabinato se ne stava a riva e gli ospiti sciabordavano a salirci, l’acqua di notte è calma, le luci della sponda opposta chiamano un giugno più leggero, il sentiero era solo sillabato di lucciole, di rane, di tutto questo mio lacus amoenus.
GG e la spiaggia. Dovevamo vincere. Con rigore.
p.s. ha ragione lei, che il calcio sa essere salvifico
Per un docente non c’è nulla di meglio (o di peggio) che essere chiamati a partecipare alle commissioni d’esame di stato in qualità di esterno per vedere o rivedere persone. Amici, ex-amici, conoscenti, colleghi da una scuola all’altra, ma tu che ci fai qui, utilizzo, assegnazioni burocratiche trasferimenti cose così.
E questo capita a me in questi giorni.
Cronachetta, dunque.
Un’amica di una ex amica mi dice seduta al tavolo dei lavori “ma dai da quanto non ci vediamo io e te. Molto e intanto passo in rassegna i tempi del mercato del pesce (il conferimento delle supplenze ai precari in provveditorato- per i non addetti ai lavori- ) quando si è tutti amici e lo si finge bene, numeri di telefono che poi ti avviso eh e tu fammi sapere e già ce n’era una che la maratona dell’amicizia telefonica te la faceva da maggio al primo di settembre, poi spariva inghiottita nel silenzio della supplenza mal ottenuta, poi sparita per sempre il giorno che tu entrasti in ruolo e lei no. La grande colpa dello spezzare la catena della solidarietà.
E ce n’era un’altra che invece ci avevi scommesso che ti era amica. Sabatina. Ci siamo raccontate tutte, io e Sabatina. Lei di tutti gli amori che scorrevano veloci a quel tempo, io dei miei viaggi spartani e buzziconi fatti perché di amori a me ne scorreva sempre uno solo uno alla volta uno che poi non passava mai (taleqqualeadesso nzomma). Sabatina non si muoveva da casa e io pensavo non le piacerà viaggiare. Sabatina che mi invita al matrimonio con l’extraterrestre che dice un figlio lo faccio nel 2011 e prima comincia a viaggiare, come un’ossessa accumula i punti fedeltà dei Tour Operator più in voga e dice vieni a vedere le mie foto. Poi mi dice Sabatina, finalmente, non ne potevo più di non potermi muovere, quanto ti invidiavo, volevo stare al tuo posto, anche se a me i tuoi viaggi senza prenotazione mi fanno schifo nelle case della gente non ci andrei mai, fuori dal villaggio non ci andrei mai, ho paura. Sabatina mi chiamava solo prima di un viaggio e dopo di un viaggio. Vieni a vedere le foto. No, Sabatina, le foto della festa in maschera sulla nave non mi interessano. Dopo una crociera sul Nilo all inclusive, Sabatina sparì dalla mia vita. Per scelta, ormai era al mio posto, non servivo più.
La sua amica al tavolo dei lavori mi dice sai che Sabatina ha avuto un bambino. Che bello, ho detto senza alcun entusiasmo reale, un maschietto e lei dice sì ad agosto fa un anno. (Certo, in programma per il 2011, effettuato nel 2011). Nemmeno una fitta al cuore nel sentire come funzionano bene i viaggi organizzati altrui, nemmeno per un attimo ho detto vorrei stare al suo posto. A casa mi aspettavo le mie nostalgie, il mio adesso la cerco la chiamo, mi sei mancata Sabatina, perché son fatta di questa materia qui che ama così attaccata allo scoglio che manco i malavoglia. Ma nessuna malavoglia mi ha preso. E’ il rispetto delle scelte. Hai scelto di lasciarmi al mio posto. Là sto.
Aggiungi un posto al tavolo. Al tavolo dei lavori, intanto, c’è pure qualcun altro che anni fa avrebbe voluto prendere il mio posto e mo’ questa burocrazia un po’ glielo permette, un acchito di celebrità didattica. Che se lo prenda, è un quarto d’ora. Warhol santo subito. E poi ci sono io che a tratti so stare al mio posto, a tratti no, a tratti devo imparare a mettermi al posto degli altri.
Così la telefonata, oramai scontata del sabato mattina, dalla scuola in cui ho un posto che non ho occupato mai. Professoressa le comunichiamo la sua sopravvenuta soprannumerarietà. Soprammobile, usatemi come. Ancora. Sono perdente posto.
Dice quella in me che è madrelingua: mo’ stamm’ a ppost.
Me l’avevano detto, di non rispondere al telefono la mattina del diciotto giugno.
Putacaso il diciassette mi addormento antelucana e insonnolita squilla che erano già le dieci e trenta di mattina e io stavo ancora dormendo, riflesso condizionato condizionatissimo il braccio esce dal lenzuolo si allunga sull’ esse62 (modello scampato alle epurazioni telecom) acchiappa la cornetta e dice sì pronto? e mentre dice sì pronto sente la voce del proprio vicepreside e capisce che no, non doveva rispondere al telefono.
Lì parte un braccio di ferro vocale con il capo dei capi delle maturità che dice ho bisogno di te- ma no non l’ho mai fatto- è un’esperienza vedrai sarai all’altezza, pronto? non sono pronta ma quello di là al doppio telefono all’altro capo già diceva vi ho trovato la persona giusta. Aahahahahahaha.
Ne avrò fino al 9 di luglio, le Baleari sono isole più lontane oggi, ma sono in una scuola bellissima, perfino i muri mi sorridono e mi fanno ciao che nemmeno le caprette di Heidi nei giorni migliori. A mezzodì entrai umilerrima in una stanza piena di arte alle pareti dove da quattro ore otto persone aspettavano la salvezza. Ahahahahaha.
Buongiorno, scusate il ritardo, stavo dormendo, quand’ecco che rispondendo un po’ assonnata al telefono, sono il vostro “Presidente”. Ahahahahahahahahahahahah.
Sono ventuno, c’è anche quello non ammesso agli esami, in terrazza. Arrivano tutti, anche i due in ritardo che tu ci facevi i soldi che erano Tontolo&Tontolo a non trovare il centro città. Anche il fuoriuscito in fuga, rifugiato alla privata, c’è. E mi è mancato, negli anni. Era il sorriso più pronto. Li hai sentiti tuoi per tre anni mentre loro hanno smesso da subito di sentirti loro. Avevano i lineamenti da bimbi quando tentavi di convincerli che studiare non era poi male, vi siete rivisti di recente in foto, erano buffi, così piccoli. Stasera li guardi mentre accendono il barbecue, affettano il pane, cose così. Simpatici no, non li puoi definire così. Così chiusi, cresciuti a pane e provincia, che Pasolini non l’avevano sentito nominare ma che a quasi vent’anni sanno i nomi dei Teletubbies. Risento per tre anni l’influenza delle loro famiglie, diffidenti, poco collaborative, tra borghesiucola e parrocchietta.
Li guardo. Simpatici no, diffidenti, poco collaborativi, un po’ ipocriti quando non falsi, rinunciatari, bambini. Le ragazze stasera, sdoganate le All star del mattino, hanno scarpe alte, sono finemente truccate e vestite. Sono bellissime. Hanno la bellezza degli anni che arrivano, dell’amore che han già fatto, resta solo da rifarlo e capirlo. c’è tempo. Hanno il corpo di chi può splendere tutto nell’estate.
Quello che so, che ho cercato di trasmettere loro, quello che mi sono conquistata lottando da quando io ero loro adesso, li ha allontanati da me, anno dopo anno. Ho fallito e il doppio di anni non è scritto solo sul viso che si segna ogni giorno.
La collega 666 mi ha appena chiamato asociale dalla terrazza. Ora vado, li raggiungo. In terrazza il prosecco è pronto nel bicchiere di carta, affettano il pane, qui in provincia.
Tra qualche ora sarà game over, i segnalibri agli Indeponenti son stati dati, lo scherzotto è quasi riuscito, loro mi hanno lanciato il bouquet e dedicato una frase in latino che te la raccomando quant’è sbagliata, le afte in bocca sembrano calmarsi come mi son calmata io che ho capito che uno scrutinio non è il MIO scrutinio. Ché devo imparare ad essere parte di un tutto, perché sono diventata grande. E così tra qualche ora sarà solo ora di finire per saper ricominciare. In mezzo un po’ d’estate che oggi giugno si è impegnato a sembrar novembre però ho fregato Akinator e non mi ha indovinato il personaggio. Ora vado incontro all’ultimo sabato eh sì pare proprio che Ich habe fertig come disse un giorno il Trap immolando noi italiani ad essere per sempre quelli “voll temperament”. E anche un po’ Strunz.