mettici una croce sopra

Qualcosa non funziona in questo freddo marzo, non ho capito bene cosa; maquandomai. Sto zitta in silenzio in tutti gli abitacoli del cuore, ascolto nascere i miei sorrisi, li sento proprio salire, mi chiedo che salite a fare, non c’è risposta e il sorriso sa indispettirsi e ridere.

Ho amici che so ridergli di gusto davanti, ho cantanti di gruppi folk che in circolini comunistini mi portano sul palco a suonare i bonghi, credevo per il mio sorriso, lui sudato ha indicato due cose più giù del mio sorriso, ho riso di gusto. E ho suonato i bonghi. In barba a lui, che non li suonerà, i “bonghi”.

Ho un’allergia nuova nuova che mi fa piangere gli occhi e il kajal nero cola sul fard rosa e il mondo mi pare a due colori. Ho il mio demone, e vedo i demoni degli altri, l’importante è dargli il nome al tuo di demone; si sbaglierà lo stesso ma ti puoi mettere in croce di più, per i tuoi errori che sono solo tuoi. Che male, ebbene!

Ho una fila di impegni primaverili, quasi tutti di splendidi concerti, che li farò da dentro il piumino, da dentro maglie di lana, a me va bene lo stesso, le stagioni non mi mettono fretta.

Ho dei ragazzi che si dimenticano a che ora devono venire a fare ripetizioni e così mi fanno scrivere post che non erano in programma, come questo che fa schifo ma lo scrivo uguale.

Ho da metterci almeno una croce sopra al giorno, andando avanti.

Specie, prima delle vacanze, una croce, crocette, sull’allegato J/11; che sono felice, di tutte le scartoffie per la mobilità questo è nuovo, mi mancava, l’allegato J/11 che la J mi piace come lettera, mi ricorda che in molti sbagliano a trascrivere il mio codice fiscale perchè mica te la aspetti una J sul codice fiscale.

Ora io la croce sopra ce la metto, sull’allegato J/11 e anche su tutto il resto, si necesse. Ma è arrivato qualcuno prima di me a mettercisi sopra.

j11

Manifesto

Glielo spieghi ai Comeback cosa è un manifesto di poetica. Tutto bene, controlli che abbiano capito, tieni alto il morale della truppa (poveracci, autoflagellàntisi) e dici, farfugli cose come intenzioni programmatiche, cifre stilistiche, insomma se avete capito, papale papale, quale sia il mio manifesto di poetica potreste dirlo.
Si erge Ventodi(sup)ponente (per gli amici da oggi Ventodisup) che si erge e per intelligenza in quella classe e per svogliatezza e per averci messo sei mesi a non farmi più la guerra. E dice, bellino, il manifesto programmatico della profGennara è declinabile essenzialmente in tre punti 1) il turpiloquio 2) l’odio per windows condito da un po’ di femminismo 3) i gatti. Bontàssua. Rido.

A pomeriggio correggo le versioni di latino per il cosiddetto recupero in itinere (appunto, è latino) e una alla volta mi parte lo scoramento più grande del mondo, sette ore sui participi, brano non d’autore sui participi, sei sufficienze risicate, una marea di tre, la débacle di quelli bravi.
Annuncio in diretta nella classe virtuale on FB i risultati, con tono disperante. Il dialogo si fa serrato a colpi di notifica

VentodiSup: è la nostra poetica, prof, che possiamo fare
Io: niente solo che domattina all’atto della restituzione, chiedo il permesso di utilizzare il mio, di manifesto e stavolta i gatti non c’entrano nulla.
VentodiSup: rimangono l’odio per windows e il turpiloquio. Quale sarà? Possiamo votare?
Io: no
VentodiSup: prof, non si arrabbi troppo, se vuole le regalo il mio gatto


Sic transit gloria manifestantis. Et sobrietas professoressae Gennarae.
Ah, per il punto due e tre, in rete ho trovato questo di carino, perché la retorica inutile dell’ottodimarzo piuttosto esigerebbe qualche esempio del punto uno.

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Non è tempo per noi. Pane e castagne.

che non ci svegliamo mai…

Ci sta una terra di nessuno, da qualche parte nel cuore,
come un miraggio incastrato tra la noia e il dolore
Con queste due canzoni nella testa ho accolto passeggiando la prima neve bassa della stagione. Buona domenica a chi l’ama.

di naturalità possente

alle 6.28 come scrivevo a qualcuno, tipo che alle 6.28 la gatta fa la curva chicane sulla tua testa, ti salta in testa e sulla schiena. che alle 6.28 lei ha fame non è procrastinabile. e tu alle 6.29 versi i croccantini nella ciotola e tu che tipo dalle 15 alle 18 hai circumnavigato a piedi un lago e dopo 12 chilometri e la doccia hai fatto paf sul letto e quando ti sei svegliata sei andata al cinema a vedere la prima gran cagata di film come non la beccavi da dieci anni e durava quasi tre ore che per una cagata sono davvero tante e ora sono le 6.30 se non mi riaddormento subito mi cucino la gatta di sabato santo. Che poi alle 6.30 fuori dalla finestra ci sia il coro di tutti i più strani versi di volatili, riaddorméntati eh.

alle 10.10 capisci che ti sei riaddormentata perchè rispondi allo smerdphone alla collega spanata che ti chiede vieni a fare un giro in centro ma tu dici quale centro io abito a 40 minuti da quello che tu chiami centro e lei risponde ah ma dove abiti tu, io pensavo qui. Ma sono solo tre anni che lavoriamo insieme, non fa niente, allora buona pasqua, vado in centro che non fai a tempo a dirle sì auguri che squilla il fisso, la telefonata dell’amica triste di sabato perché il sabato santo è comunque sabato che lei deve fare quella cosa che detesta per quella persona che detesta. Poi le citofonano, io dico son le 11.05 vado a fare la pipì di nuovo lo smerdphone, e ora chiedo una tregua per il caffé, lui lo sa. Apri la finestra sui ciliegi, ti congratuli per il tempo semibrutto che terrà lontane le orde milanesiche vogliose di picchinicchi. Io anche, di picchi. Di picchi di ostilità. La gatta che dalle 6.40 acquietata la fame se ne sta sulla sedia Poang dell’Ikea in quella posizione invidiabile che è la ciambella completa con zampa sulla testa viene sfrattata per disonestà e vendetta. Ma lei è un attimo, sul davanzale che vede i passerotti nel ciliegio e salta giù per naturalità possente.

Per naturalità possente. Non so quale spazio ci sia tra oggi e domani per una non-praticante ma non-atea anti-clericale ma lettrice convinta di riviste gesuite, che la pasqua e la morte e la resurrezione non ti lasciano indifferenti se credi all’uomo e metà alla filosofia, che la forza per addobbare la casa di pulcini e ovetti e rami gialli per se stessa sola, non l’ha trovata, che è americana dentro per questi addobbi di facciata ma solo dentro che fuori fu tutta menzogna. Per naturalità possente. Che arranca davanti (dietro?) le feste comandate. Com’andate, dov’andate?

Eniuei, a voi sinceri auguri.

p.s. non andate al cinema, quello sì, a vedere “piccole bugie tra amici”. I francesi devono fare i francesi, non devono imitare il grande freddo, i personaggi tutti tipizzati, viziati ricchi borghesi e trionfanti quando il pescatore di ostriche li chiama tutti bugiardi e al funerale dell’amico sorridono sbofonchiando retorica e le parigine abitano tutte sopra i bistrot e le irrequietine non sanno amare ma poi rimangono incinte e tutto cambia e si versa la sabbia del mare del nord e gli omofobi si abbracciano e insomma tutte ste cagate qua. Ché in ordine io detesto le smorfiose cannabinensi con gli occhi da cerbiatta che restano incinte, le ostriche, i viziati ricchi borghesi, e i francesi (nonché italiani) che voglion far gli americani.

di nuovo (di niente)

La gatta Agapimou è di nuovo al pronto soccorso gatti, anestetizzata. Stanotte non sentirò il suo puff felpato nel piumone e sono le abitudini piccine a mancare; lo spazio vuoto sulla destra è un’abitudine più grande. Non conta.

C’è vento gelido stasera, non posso stendere però, la luce del ballatoio è di nuovo fulminata, al buio non riesco

Di nuovo c’è che sono stata a teatro a sentire Toni Servillo leggere i Mémoires di Goldoni. E ho fatto un tuffo egocentrico nella mia infanzia ché a 4 anni leggevo e scrivevo anche io, non scappavo in barca coi commedianti. L’ho imparato da grande, quello. In aereo, coi commedianti.

Il mio dolcissimo nipotino ha di nuovo la febbre. E parla il piccoletto, di vecchio dice “meddimi dù” “vieni dù” e di nuovo dice “tlota” “luccio no” “jiiìa”. Amore della jìia.

Sono di nuovo davanti a questo pc invece di affrontare di petto (suvvia, che mi costa) gli ultimi sedici saggi brevi degli Indeponenti.

La vicina di sotto dai rumori al momento credo abbia di nuovo un fidanzato o surrogato.

Tra sei giorni è di nuovo Natale. Grazie, amore, grazie di niente. Di nuovo, niente.

I gatti lo sanno

Io so di un momento intenso, triste come solo sa esserlo l’intensità. Io ricordo tre ore di attesa, di attesa di vita, attraverso un vetro sopra una città di luce. Io che non accedo a lacrime, che me le voglio tener buone per occasioni migliori, ne ho sempre una, mannaggia, del resto. Io con gli occhi a penetrare orizzonti altrove. Momenti che non hanno materia di parole. E un miagolio. Uno, due. Un terzo. Ritorno dall’altrove, allora è vero. Apro la porta, quella che ad istanti può parere la porta dell”Overlook Hotel e se ci badi, ci sono le gemelline sgozzate o il triciclo abbandonato. Davanti all’uscio, un gatto. Un gatto che lo sentiva, come e dove stavo. Un gatto che entra all’1114 come fosse casa sua, mi cerca, rotola sulla moquette, cerca il letto, salta sul tavolo. Mi indica i pezzi del mio vivere “chiusa qua dentro come un topo” (che brutta descrizione, amoremio, perdonala). Dove c’è un presunto topo, arriva il gatto a giocare.

Arriva anche la padrona, una bella minnesotana con le trecce, che mi lascia tenere il suo Peanut (beh è un gatto di Saint Paul) per una mezz’oretta. Poi entra e fa una discreta amicizia. L’amicizia di chi ti racconta subito “quando piango, a volte, il mio gatto mi lecca le lacrime”. Stasera quasi quasi busso all’1112, dove c’è Amber, penso.

Qualche minuto dopo apro la porta, per non andare via (ci sono porte apposta per questo) e il gatto che guizza è grigio, esattamente come la mia Agapi. Il padrone è un ragazzone biondiccio, non male. “hi!” “it’s a male” “oh, com’è bello”.

Com’è bello quando arrivano i gatti e ti indicano la strada.