bisogni&desideri

Un giorno come un altro, a pranzo da Mrs Littleparty, mia madre, che a dispetto del nome, feste non te ne fa, né grandi né piccole. E che quando te le fa è più o meno come qui.

Mrs Littleparty dice che non c’entra niente che lei è troppo sobria se io non sono abbastanza frivola; e nemmeno si assume il cruccio se educare alla femminilità non è anche indossare mutande di seta e non rotte che chitelevede.

Pranzo finito, le dico vado, vado a fare due commissioni, hai bisogno di qualcosa, le domando? -tono banale, di servizio-.

“Io non ho bisogno di niente” – il tutto scandito come l’Ungaretti dell’Allegria- “e anche di ciò di cui potrei aver bisogno, ho imparato a fare a meno”. E sorride, sardonica.

Sul lago due giorni fa c’era ancora aria di neve,  c’era una nebbia bassa a metà montagna mentre facevo le commissioni, un paese depopolato, denegoziato, hanno chiuso anche il bar storico dove d’estate ci trovavi sempre l’Umberto a dar fastidio alle ragazze. Se mi dispiaccia davvero non so.

Io ho ancora dei bisogni? o sono solo desideri? e come fo ad essere sicura che non li confonderò ancora? Ho speso 45 euro in mutande elastiche -una volta si chiamavano pancere- orrore-, brutte come il peccato. (Che poi che peccato eh considerarlo un peccato, sempre, quello che si fa, mutatis mutandis).

Volevo essere seria, è di leggerezza che ho bisogno.

Sabato, domenica e lunedì

Sabato c’è la poesia, Sereni, la Pozzi, la grandissima Menicanti, la linea lombarda, per dirla come si dice. E di sera un teatro, sostenibile, leggero, dell’essere.

Domenica c’è l’amicizia, che ti provi i miei trucchi, i trucchi dell’amica sono sempre meno verdi, del resto lo meriti, due ore con me a girare la città per trovare il giusto fard. L’amicizia del risotto, della neve che scende sui vestiti a 39 ma prima costava 93, gli sconti palindromi, i nostri, l’amicizia dell’a votare c’è tempo, domani. I lupini preelettorali, roba da naufragi della Provvidenza.

Lunedì c’è la domanda, mammaseiandataavotare, babboseiandatoavotare, sì, io no, ci vado alle due. C’è Ponci che escluso dalla domanda mi guarda dal seggiolone e impettito risponde “gììa io tono andato a votare eh”. Bravissimo Ponci, e mi dice “ora posso metterlo il tuo burrocatarro?”.

E così, momenti di essere. Mi godo la sequenza prima che lo spoglio mi spogli del sincero sentire che questa (mia) regione, neve o non neve, cambi colore

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non saprei farne più a meno

Tre giorni di stacco, la fine settimana del Carnevale Ambrosiano, quello che lo devi spiegare a molti che cos’è. Bom, pare che Sant’Ambrogio arrivasse in ritardo a qualche festa, come me. A certe feste non ci arrivo proprio. Che io il Carnevale l’ho sempre amato, da studente era facile, fine degli esami, prendi e parti, venezia per esempio, bellinzona anche, anche casa, dai giorni della merla in poi studiavo il cosa mettermi, compravo stoffe lucide, pensavo, a testimonio resta la carrellata di fotografie dai quattro anni ai trentanove. Damine, stagioni, topoline, draculine, fragoline, pulcinelle, perfino da scatola un anno. E ho tutto in una scatola, infatti. Da docente il carnevale ambrosiano è un po’ scocciante: hai ferie quando tutto è finito ovunque. Ho Basilea e Colonia irrealizzate, Rio de Janeiro ma quello è solo un sogno.

No, non è del carnevale che non saprei più fare a meno, perché quest’anno la scatola costumi è rimasta proprio chiusa, “la metamorfica strega soffre d’altra inquisizione”.

È di prendere un treno e sentirsi chiamare “prooof, profgennara?” da una ragazza di tanto tempo fa, che ci tiene a riconoscerti, a parlarti, te la ricordi che non parlava mai, non pare lei, uscita dal bozzolo dell’adolescenza, mi dice sì è vero, finalmente sono la vera me.

È di tornare a casa, aprire la casella di posta elettronica e trovare il messaggio di un alunno esaminando da me presidente che mi scrive dodecasillabi mettendomeli al vaglio; il messaggio di un’alunna mia solo per un anno, l’unica che dallo sguardo pativa l’abbandono in quinta (non da me voluto, per inciso) che chiede se ho del tempo, per lei, che a scuola non mi incrocia, un consiglio, altrimenti fa niente.

È di rispondere subito, di dirle certo, e darle il cellulare e il contatto skipe, forse sbagliando, forse non si fa.

È di questo che non saprei più fare a meno; a volte lo so, è poco, non mi fa completa, non mi fa del tutto donna. Però è quello che ho saputo fare. Per molto, me lo farò bastare.

Se avessi uno scanner, bontàvvostra, posterei i miei travestimenti di carnevale. Tutti. Stagione 1976-2012. Bontammia che non ce l’ho, lo scanner.

controluce tutto il tempo se ne va

Il narratore onnisciente mi lascia sola spesso, si nasconde la pagina dopo.

Così succede come fuori che di sabato c’è favonio e io traghetto non sottocoperta respirando luce e febbraio, forse quello alto era capitan findus sulla sponda di là ma poi forse no, chissà se lo riconosco a capitan findus, dicono che quando il capitano viene il campanello suonerà; domenica c’è stellata e tutti dicono domani nevica, ma figurati, poi ti alzi è lunedì alle 7.00 dici vedi? ma quale neve, vai a fare la pipì e alle 7.20 e dici oh la neve, e mercoledì di nuovo luce e sole; nel frattempo sanremo che non vedo, il papa si dimette, nel frattempo 10 politici candidati alla regione rispondono alle domande dei professori della provincia e nel frattempo scopri che dicono a noi in che condizioni stiamo, e a destra dicono se le tasse le lasciamo qui alla nostra gente investiamo sulla scuola e a sinistra dicono compriamo dei caccia in meno e investiamo nella scuola.

Nel frattempo di cosa?

Il narratore a febbraio mi mette i ferri per tricottare in mano e io tricotto con un nove nella destra e con un 6 e mezzo a sinistra e non capisco perché il tubolare sfalsi le misure, poi capisco, rido, disfo, ricomincio.

Il narratore mi fa chiedere mare o montagna? La voglia di ciaspolare si incarta con quella di sbirciare l’orizzonte e leggere al mare d’inverno, un concetto che gennara, sai considera. Poi, scommetti, finisco in città.

Il narratore onnisciente lo sa, poteva dirmelo che la prima scena dell’ultimo film di Altman è ambientata in quell’autobus fermo per farci colazione nella città di un grande scrittore, un grande fumettista, un grande musicista funky. Quella. Se il narratore onnisciente lo sa, lo dicesse a brezny dell’oroscopo di non dirmi che se non ho un amante per performance erotiche pressoché sacre (o non so l’inglese?) mi basta immaginarlo.

Il narratore onnisciente è giù di trama. Come una foto dal vetro.

Il correttore di bozze, alla fine, abbia cura di eliminare l’abbondanza di aggettivi “giusto” “sbagliato” di cui infarcisco inutilmente febbraio. And my secret life.

Foto1803La vedete?

reginette al burro, l’amore è azzurro

Che il sito della Apple Store mi ha preso in contropiede, lì che faccio in fretta a compilare i dati d’acquisto perché è il giorno dello sconto per i professori, all’Eppol Stor. Assistita dal collega Golia Ardò, tutore delle caratteristiche tecniche e io a dirgli ma la copertina, anzi scusa la smart case di che colore me l’ha messa? troppo serio il grigio scuro vero? e lui a sbruffare come gli uomini con le donne che scelgono la macchina per il colore o l’estetica (io, per esempio). Insomma mi han preso alla sprovvista dicendomi, cara signora potrà avere un’incisione laser gratuita per personalizzare, ci scriva qui quello che vuole che ci scriviamo, sul suo prodotto Eppol. Alla sprovvista, che a saperlo agli incisori ci pensavo giorni e giorni per scegliere che ho sto vizio qui da tardo adolescente di cercare la mia identità nelle frasette manco fossi ai tempi della Smemoranda. Commiseratemi, orsù.

Su due piedi allora glielo ho scritto agli incisori della Eppol come volevo personalizzare il mio loro prodotto. E ho scelto i versi più belli della letteratura italiana (non tutti, solo un incipit, della poesia più bella della poesia italiana).

Vi chiedo, a voi (anche se lei e lei secondo me la sanno già la soluzione) quali sono i versi più belli della nostra letteratura italiana. Secondo me e/o secondo voi, va bene uguale. Uno dei miei indovinelli scemi e finti in cui non si vince nulla che però io lo voglio sapere che poesia vi piace.

Cosa c’entrano le reginette al burro? Le reginette sono il mio formato di pasta preferito, semplici al burro da bambina erano una poesia. Me le son fatte stasera per festeggiare l’azzurro.

Ah, l’azzurro:

 

5. Retrogrado

Statemi bene. Sono giorni che piove col sole, inforrazzata prima e raggio dopo, così in alternanza che nemmeno marzo alla periferia di londra (per quello che ne so), e mi dicono beh, avrai visto l’arcobaleno! No, non l’ho visto. Ma non fa nulla. Non è che si può vedere tutto e subito. I giorni sono speciali anche quando sono tristi, i miei non lo sono nemmeno più, il colore mi fa fare foto matte, il colore è sempre stato dentro di me.

Cinque minuti bastevoli a dire che quando sarà se sarà la volta, sarà tutto più complicato; perché metti caso che ha una jaguar mi farà schifo, metti caso che sarà una sottospecie di dottore mi farà schifo, metti caso che viva lontano, mi farà schifo, metti caso che avrà già una figlia mi farà schifo, metti caso che avrà imparato i rudimenti emotivi su youporn (mettendo caso che sarà già così vicino per potermene accorgere) mi farà schifo. Non tanto lui, eh. Quanto la volta buona, ecco.

Certo, tutto questo ha avuto un prezzo, l’ottimismo ha un prezzo. E mi sono anche di nuovo innamorata. Cioé. Spieghiamoci bene. Una traversata sponda lombarda-sponda piemontese dura circa diciotto minuti. Mi sono spinta fuori all’aria negli ultimi cinque quando da sopra, prospettiva privilegiata, mi sono imbattuta nello sguardo dell’uomobattello più bello mai visto che guardava me. (Nel senso che mi sono girata per vedere se dietro di me ci fosse una gnocca benvestita, coi capelli tinti, col tacco 12 ma lo giuro, non c’ero che io sulla traiettoria degli occhi). Mi ha guardato con una dolcezza che da un anno non conosco più, con l’aria di uno che vorrebbe dirti qualchecosa, e guardava il viso e non quello che mi guardano di solito, mille punti, il ragazzo, subito. E io, che nei film gli avrei dovuto mettere il mio numero di telefono in tasca, nella realtà ho nascosto la capuzzella tra i ricci e sono scesa dal ferry che la piattaforma non era nemmen scesa del tutto. Così lui ce l’ha fatta a dirmi “attenzione”. Già attenzione. E io a sentirmi innamorata per cinque minuti, ma innamorata giusta eh, con tanto di visione tantrica, bell’uomo.

Sono diventata meno paziente con il male e il dolore degli altri, lo ammetto. Non tutto, giochiamo a capirci; soprattutto quello telefonico del ti parlo addosso per ore, sono tanto sfigata, tu non puoi capire (eh, no, non posso). Quello di chi non si fa sentire da mesi perché ritiene di non doverti dire che ha qualche bega perché se le fossi amica dovresti indovinarla eh. Quello di questo genere qui, quello sordo dove tu sei un orecchio di plastica oppure il male usato come moneta di scambio emotivo. No, grazie, preferisco vivere.

Io non lo so com’è che è andata ma un giorno ho deciso che volevo stare bene. Che non volevo abituarmi al male, che non ci volevo convivere, che avevo ancora la foto dove sorridevo e non guardavo; ho preso quel male e l’ho portato nell’unico posto in cui mi pareva plausibile perché da sola capivo che non ce l’avrei mai fatta. Non è bello a dirsi, ma suona circa come “mi sono fatta aiutare”.

Giorni peggiori, dopo la fine, in cui pensi di essere solo la pena che senti, giorni in cui sei solo un seno cascante, un utero vuoto, un’unghia incarnita. Perché non è che il dolore vada però sottovalutato, intendiamoci, nemmeno quello. Quello per cui hai perso alcune persone perché non glielo volevi dire e allora che amica sei che non condividi, e altre che glielo hai detto e allora che amica sei se mi butti addosso questa cosa difficile. Già, che amica sono.

Giorni in cui credi che il tuo destino sarà andare come le figlie nubili in là con l’età al teatro della parrocchia con la mamma, che questi saranno i tuoi sabato sera da ora in poi, la zitella con la mamma anziana, del resto ne hai viste a frotte in paese compiangendole e urlando dentro il tuo ventenne NO! Solo che inizi a vederti così che un uomo ancora ce l’hai, seppur lontano e inizi a rinfacciarlo a lui che finirai così per colpa sua. Malcapitato. Anche qui, un’analisi dovuta: rinfacci a un compagno di sentirti sola, che lui ti lascia sola: eppure è quella distanza, quella vita sconclusionata che ti ha portato a lui. Se un giorno ti sta stretta, è lui che ti sta stretto. Non è a lui che devi dire qualcosa, che devi pronunciare parole quali colpa. Ma solo a te setssa. Che amante sono stata, ad amare senza amore. Già, che amante sono.

Ci sono stati giorni, passati non da molto, in cui pensavo che non sarei mai tornata a stare bene. Convinta che alcune persone siano più fragili di altre senza saperlo e che certi eventi più o meno vissuti o attraversati ti facessero cascare in un abisso da cui gli altri si riprendono e tu no. Per predestinazione. E non per uso di risorse. Comodo, vero? Quando il tuo sentire si assesta su “eh, ma io…” che equivale a un “ma io soffro di più, ma a me è capitato questo, ma quello che provo io è di più”, insomma un agguerrito armamentario di eccellenza del dolore.

la regola del ciclista inatteso, dell’harley davidson a pedali, del girasole pigro

Mettersi in discussione, di continuo. Sentirsi bravi e nello stesso tempo accorgersi di quante cose da imparare ogni giorno ho. Intelligenza emotiva: vedere le persone sprecare energie per contrastarsi, constatare che i capponi di Renzo, nemmen quelli sono il grado dell’evoluzione raggiunto in sala professori. Sbagliare a sentirsi bravi, restare in bilico tra bisogno di approvazione e il plauso altrui e snobismo accumulato di punta negli anni. Contare gli anni da settembre ed esser sfasata col mondo che lo fa dopo, lo fai dopo anche tu e son due capodanni, due momenti del cazzo-mi-metto anche se nell’armadio hai tale roba da dirle “puah, principiante” a quella magra e bassina di Secsendesìti.

Non sapere chi sei e saperlo meglio di altri, provare fastidio per gli sms, alcuni, attenderne altri, avere la soglia dell’invadenza bassissima, ai minimi storici e temere senza sosta di esserlo tu, invadente, se chiedi, se ci sei, se respiri. Posare davanti alla cam del computer, truccata, non truccata, canuta, ritinta, per cercare di scorgere i lineamenti che vedevano gli altri, chi ti amava soprattutto e ti specchiava bella. Vedere muso di ragazza e rughe di femmina. Crucciarsene (delle rughe) ma tentare di credere ad Anna Magnani.

Avere paura che gli amici vecchi non ti siano più amici, che quelli nuovi non vogliano continuare a esserlo, non sentirti amica tu di nessuno, incapace. Sdraiarsi per l’ultima volta (almeno quest’anno) sulla ghiaia di mare e su un lettino da psicanalista. Sentirsi bene, entrambe le volte, di aver conosciuto un male.
Dare sfogo all’ipocondria più selvaggia, indovinando il cuore; pressione 105 su 68 alle due del pomeriggio dopo mangiato, è bassa dice la mamma, ma è sbagliata la macchinetta dice il babbo. Diverse misure di pragmatismo, come somiglio.

Questo il mio caos, qui appuntato con doveroso narcisismo. Ora le regole:

1) Puoi salire in bicicletta verso casa tornando da scuola, incontrare un ciclista con gli occhi azzurri che visto così perfino ti piace, un bel tipo, che ti incrocia, e nel secondo dei vaievieni delle due ruote per due che fan quattro ti apre un sorrisone e ti dice “ma ciao”. Può succedere, me l’hanno garantito, sorridendo.

2) Puoi sognare che devi andare ad un appuntamento con l’estetista ma tu possiedi e non sai da dove essa arrivi, una Harley Davidson nuova di zecca, che la gente si ferma a fotografarne il viola sfolgorante, ce l’hai ed è a pedali. La guidi come puoi, mentre cerchi di telefonare per disdire l’appuntamento dall’estetista perché degli amici ti han chiesto di andar con loro a giro; e ti chiedi come mai si accenderà il motore, poi trovi una chiavetta uguale sputata a quelle delle macchinine a pedali dei bambini. La giri la chiavetta e pensi che non sarai capace di portarla, un’Harley Davidson vera. Invece scorazzi felice. L’Harley Davidson a pedali da bambina la guida una donna, da sola, con tranquillità. E va.

3) Puoi, a quello che rideva una settimana fa quando gli dicevo che stavan fiorendo i girasoli sul balcone, rideva perché i girasoli non si sarebbero mai aperti così tardi, ormai è cosa fatta, voleva rinunciassi, ecco a quello puoi dirglielo che non bisogna mai pensare sempre ingegneristicamente calendario alla mano perché due di quei striminziti girasoli diventati altissimi hanno aperto la corolla. Sono girasoli, dai, soltanto un po’ pigri.

Settembre non sarà mai il mio mese (cit.) ma mo’ le posso queste regole.

Lo sto facendo anch’io

Ora ho capito. Tutto è cominciato dalle scarpe. Andiamo per ordine

1) le scarpe bianche, comprate l’anno scorso nella boutique griffata che leccavo la vetrina e dicevo no no non posso c’è la fame nel mondo e poi era l’ultimo numero, il mio, oh toh e mentre mi avvicinavo alla vetrina si rompeva il cinturino delle mie addosso, quelle rosse da barcellona, le mie preferite. E così due banconote di sandali bianchi, quasi nuove, si scollano ieri. Capito? si scollano, e se becco chi dice pessime le cose dei cinesi lo strozzo, allora vado dal calzolaio baffuto, simpatico gli dico sono per un matrimonio e lui li avvolge con le dita sporche di grasso, i miei sandali bianco neve e dico stia attento ho solo queste e lui dice ma vabbé mica si deve sposare lei… Beh, certo

2) che dici col calendario alla mano sono salva metto il bianco, seeeeeee. Calendario alla mano un pippolo, la donna è mobile, ed eccomi in piena PMS. per non dire della ceretta, venuta malissimo, sono piena di bolle pustolenti sui  polpacci (che dico, a me nemmeno vengon mai le bolle da strappo) e stamane in farmacia a ore assurde ho bisogno del gentalyn beta. Io, i tampax, il gentalyn beta, spero ci sia posto per tutti al tavolo.

3) che poi ritiro le scarpe e dico ma io NON ho una borsa bianca e ti conosco, amica dell’arsenale di borse che senza di te io nemmeno una borsa avrei; ti esseemmeesso e dopo due ore salta fuori una borsa bianca solo che poi ora come faccio a dirtelo che uscendo dal calzolaio c’era un negozio di scarpe? e che ho preso dei sandali marroni e non ho una borsa marrone? ;) ))) e che non lo so se metto il vestito a fiori o il vestito a quadri. Picche, sono da picchare

4) che sto facendo la valigia, piena di roba perchè i ricci non saranno ricci, il trucco non reggerà, e mi dimenticherò di stampare la frase da leggere domani. Il tuo futuro marito pare non essere enitusiasta della frase di baricco da leggere e ci credo, baricco, hai visto mai, ma io in alternativa ho un pezzo di Isaia, io adoro il profeta Isaia, mi parla dritta al cuore, ma te lo leggerò in silenzio, amica cara che hai deciso di sposarti in luglio e tra pochi giorni a me è scaduto un sogno, è scaduto anche l’ultimo biglietto aereo per l’unione che ho sperato io, ma per forza cosa vuoi combinare con un biglietto aereo, per definizione in aria, volatile. Ora quel biglietto spetta a te, lo meriti, e io te lo dò, testimone, ti passo il testimone, del biglietto meno aereo e più terreno che c’è. Terreno che l’amore sa di terra, di piedi uniti a camminare così, vicini vicini. I tuoi, i miei un tempo, ora quelli di quest’uomo che gliela spacco la faccia se NON.

5) ultima notizia, visto come vanno le cose ora io salgo su una sedia, Zazà. Nella parte alta dell’armadio è chiuso uno scrigno, sotto la zanzariera romantica che nessun uomo ha mai voluto aiutarmi a far star su, quelle zanzariere esotiche da appendere sopra il letto a sembrare di culla ma questa è un’altra storia, aspetta; salgo a prendere le perle, quelle perle che da tradizione se non le paghi portano lacrime, siccome le ho pagate tutte ora posso, che stavo proprio bella con quelle perle tra i boccoli neri, ma te lo dico perchè io mo’ salgo sull’armadio anche se è venerdì 13, se non ci lascio una coscia, stasera ci vediamo.

6) perché stasera dormiremo insieme, Zazà, e domani tu ti sposerai, che poi è una cosa che aspettavamo un po’ da qualcosa come 26 anni che una delle due avesse la forza e il coraggio di dimostrare che ci crede. Ora solo tu sai da ventisei anni quanto avrei voluto farlo io, per fede, per impegno, per mandare un po’ a cagare chi dice di non crederci per starci dentro sempre largo nella vita (degli altri). Ma il fatto è proprio questo; il mio bene oggi è questo; fallo bene, amica mia che sono nervosissima, quasi mi manca il fiato domani tu ti sposi, e io domani lo sto facendo anch’io con te.

Per te.

Mi venisse un tanghero…

L’hotel Majestic mi sembra che entravo dall’ingresso dentro un racconto articolato di Piero Chiara. Io, le mani sudate, mezza tacca in tacchi alti. I lampadari riflettevano (io lo faccio meno spesso) nei vetri umidi di lago scuro. Donne in nero, liquide di fard, chiamano nei nervi e nelle fibre le strade di La Boca.

“Tu vuole La mia Boca, I love another”

Non mi ricordo i passi, amica di sempre, e sono a disagio ai galà. Il tuo vestito scuro però mi sta d’incanto, mi dona, e me lo doni per altre occasioni.

Amica di sempre i  nostri nomi vicino ai nostri passi. Non ricordo i passi del tango, i nostri fino a qui mi sono impressi, leggeri, una salida (non sempre basica) un ocho a volte davvero adelante.

I ballerini spalle al velluto, si cambiano le scarpe, stanno nell’angolo a indossare le lucide punte.

Quando arriverà il mio tànghero a farmi ballare, amica di sempre, ammicco, riconosco e quei passi li ricorderò. E’ una promessa, la tua (mia) preferita (Un paso me voy para siempre, dos pasos, me voy sin mirarte ¿ Cuándo volverás ? Un día o jamás..)

prima v’era, primafalsa, profumiera

Primafalsa li ha fregati tutti quelli che il cambio d’armadio lo volevano a marzo e io che le ho viste le colleghe pheeghe azzardare il sandalo no calza. Prima v’era più sobrietà anche in questo, ché lo sapevi che aprile in sta provincia se lo piove tutto. E oggi è il primo maggio, i supermercati Tigros son aperti (sic) e piove incessantemente in Lombardia. Piove, governo tecnico.

Io ho fatto esercizi di frivolezza negli ultimi giorni; dicono che serva ad essere non dico felici, ma leggeri.

Un make-up artist sfuggito alla giungla niuiorchese mi ha raccontato i segreti dell’alta profumeria. E così ho scoperto un mondo incantevole, quello delle creazioni dei “nasi”, di chi si addormenta in una serra di viole e al risveglio sente la brina di febbraio proteggere quei fiori e ne rifà l’odore in un flacone che ha la magia delle costellazioni. O di uomini poveri che lavorano al porto, scaricano spezie, merci e sono innamorati di donne sfuggenti, puttane i cui umori d’amore sono pepe e zafferano o di mogli italiane, eteree e làttee come albe tra i cipressi. E nasi che scappano in terra ellenica, inseguiti dalla polizia e tra gli alberi carichi di fichi a settembre ristringono patti d’amicizia. O nasi che innamorati delle Bucoliche o di Machiavelli fanno i profumi Virgilio (sa di terra da lasciare e di tamerici) e i profumi Mandragora (sa di donna un po’ furba un po’ che le cose beh vanno così).

E a me pare che in questi flaconi e nei nomi dati alle essenze ci sia chiusa tanta poesia e letteratura che mi sono voluta scegliere, con lentezza, frivola, e riconoscermi in un aroma.

E a me pare che in questi flaconi e nei nomi dati alle essenze ci sia chiusa tanta poesia e letteratura che se anche il profumiere m’avesse raccontato un sacco di fregnacce, lo ha fatto così bene ma così bene che.

Che vorrei esser stata profumiera prima. Vera.

O almeno l’alchimista, prima. Falsa.