Una domenica al bacio o de “l’avventura di un fotografo”

Anche se é di nuovo venerdì.

Una domenica che entri allo spazio Oberdan e sei a Parigi, non hai ancora fatto in tempo a sentirti preda dei boulevards e già il sogno si spezza. Una coppia, lei belloccia appariscente, lui cafone più vecchio, inquartatello. Entrano con me, nella seconda sala c’é la foto famosa. La foto del bacio, intendo. Corrono verso quella, lui imbraccia la digitale. Fa segno a lei, di qui, spostati di là. La fa piazzare davanti alla foto così che ciascun visitatore veda lei e la foto. Lei, visibilmente imbarazzata. Dappertutto campeggiano i cartelli di divieto di far fotografia; fotografare una foto del resto, quasi un’avventura. Malgrado il divieto che lei gli fa notare pavida, lui fa spallucce davanti a me e mettiti lì mettiti là. Io con gli occhi dissento, vorrei dirgli scusi ma è vietato, ma poi lo so che sbaglio, mollo la carica da moralizzatrice. La scenetta resta che lei attaccata al muro vede me che scuoto la testa malgrado ci sia tra noi lui che mi dà la schiena, anzi ad un certo punto nella foga della foto mi tira una gomitata e non chiede scusa. Lo vede lei, sempre più imbarazzata, mi chiedo come fai a scopartelo questo, anzi mi chiedo forse è che è un manzo da letto, non me lo porterei in giro per altro, io, ma io chennesò, son mica zitella a caso, del resto. Le foto son col flash, per quattro minuti la foto del bacio se ne sono accorti tutti è il trionfo del loro amore. Un’altra ragazza vicino a me prende la parola, io mi aspetto lo cazzi, il manzo da mostra della domenica, invece lo prende per i fondelli, lei più giovane, più scafata di me, gli dice non dovrebbe usare il flash, non vengono così le foto. Ah sì chiede il manzo (dimmi che almeno ha i soldi, che te lo zompi per quello) perché? perché c’é il vetro davanti risponde serafica la ragazza, dovrebbe rifarle. Finalmente lei, la bellina, ha un moto di rivalsa e dice fa niente e se lo porta via. Entrati con me, visti al bacio, non più visti. Usciti che forse quello era l’obiettivo. L’obiettivo dell’obiettivo a immortalare altro obiettivo.

Obiettivamente la mostra di Doisneau era davvero ben allestita ed emozionante. Che non mi sono stupita mica del fatto che chi fosse con me a un certo punto mi abbia detto ho voglia di tornare a Parigi ora nell’attimo esatto in cui lo pensavo pur’io.
Poi il pranzo con le amiche a Palermo, da Parigi a Palermo senza muoversi da Porta Venezia, cioè da Milano. Ce ne è per restare sinestetizzate tutta la settimana. L’anciova, le sarde, lo sfincione, la meuza. E i miei pensieri.

Mi chiedevo, a sera, domenica sera, se Esperanza sia mai stata a Parigi, ricordavo il temporale, l’arcobaleno su Nôtre Dame, lo champagne offertomi dal cameriere, i complimenti per il mio francese perfetto, a quei tempi, la mia gonna parigina che indosso ogni estate con orgoglio anche se è buffa, se è a palloncino, andar per tracce di Amélie a quei tempi, l’arte e il design del Palais de Tokyo. Certo, non la Parigi di Doisneau, la mia. Ma io non avevo quell’obiettivo. Mi chiedevo a sera, se Esperanza sia mai stata a Palermo, come me spesso a spasimare allo Spasimo, a mondellare a Mondello, a camminare per via Alloro, dove mi sentivo perfino di casa.
Esperanza, non mancano i luoghi, stiamo solo intrecciando i tempi.

Ieri era il 25 aprile, una festa dai profondi significati, la Liberazione. Quella che vorrei vivessi, Esperanza, che avresti dovuto vivere in viadellago, ieri. Stiamo solo intrecciando i tempi. Quando arrivi, l’anciova la cucino io, Parigi ti mostro le foto, a Milano ci andiamo.
Ah, e la zanzariera.
E un’altra cosa, forse anche un’altra cosa.

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ti vuoi tutta pizza e bufala?

ti svegli alle cinque del mattino, sudaticcia che lo capisci che è cambio di stagione, dagli uccellini che fanno concerto che nemmeno in un’ode di D’Annunzio, cipicì cipicià, quanti cazzo sono cipicì cipicià. Che è meglio vah che vivi in Italia e non in Amerdica alla fine sennò oggi andavi al supermercato e ti accattavi una pistolina un fuciletto e pam agli uccellini, cipicì cipicià.

Cinque del mattino, intrisa di sudore, dici, perché sì, sbagli, torni a dirtelo, l’insonnia, il sudore. Sarà la meno pausa. Meno male, dici, una pausa. Dici. Cipicì cipicià.

Perché il mondo si regge sulla bufala, l’amore è una bufala. Che so, come se mi venissero a dire abbiamo visto Dr. Vival’IVuGì in una foto sorridente di famiglia, piena di bimbi sorridenti, tutti felici. Che se me lo venissero a dire, maddài, fammi il piacere, è una bufala. Aivoglia a ridere se la vedessi davvero una foto così con Dr. Vival’IvuGì in un quadretto di famiglia.

Cipicì cipicià. Una bufala.

La mattina dopo, se anche fosse vero, tornerei a vedere le cose come stanno.

Come stanno?

Stanno tutti bene.

Stanno che è davvero cambio di stagione, che ho trovato in rete una frase che dice che non siamo colpevoli, ma solo responsabili. Mi è piaciuta, sta frase.

Poi no. Perché io sono stata irresponsabil, altroché e dottor vival’IvuGì è colpevole. Si facesse, si fa per dire, tutte le foto sorridenti del mondo con miliardi di figli già fatti acquisiti sorridenti del mondo, lo stato di minchia(na)polis gli istituisse un premio apposito di father of the century.

La mattina dopo, lo sapresti, che la foto sta negli occhi di chi la guarda. E chi la guarda la vede la macchia.

Io che scambiai per amore un passatempo, io che mi bevo ogni bufala. Anzi la mangio, che pizza. Che pizza, ancora. La bufala sulla pizza fa acqua. Da tutte le parti. Ecco forse l’insonnia, il sudore.

L’indomani lagennara si svegliò lagennara.

Si sente che è cambio di stagione. La stagione della bufala viene e va. Sono stanca, che pizza.

il padre dei fratelli La bufala.

il padre dei fratelli La bufala.

 

 

a monosillabi

Deve essere stato quel “come sei bella” appena sveglia, striata di sonno, la prima cosa detta.

Deve essere stato che somigliava al “come sei bella”entrando in doccia, dai insieme a me, l’ultima volta che ti vidi, che tu lo sapevi che era l’ultima. Si sanno un sacco di cose quando sei tu che le decidi.

Stesso sussurro come se dirlo quando ci credi ti fa affiorare la voce d’incanto.

Deve essere stato quei “come sei bella” così uguali a segnare cose che non accadono mai a farmi cercare allo specchio.

Per forza ti vengono le rughe, se non sorridi tanto spesso.

A teatro dici “che palle” ed è la prima volta che lo dici ed un collega ti corregge no, tu l’esperienza del che palle è tanto che la fai, solo che dopo entra in gioco il tuo “devo capire”.

Hai la librite acuta, le pagine son ferme. La maglite acuta, i ferri chiusi allo scalfo della manica.

“come sei bella”, presti il fianco; osservi il fianco. Non siete al mio fianco. Un fianco vuoto di capriole embrionali, solo ombra di piegamenti a portarceli appesi.

Come sei bella e mentre intorno a me imperversano cose importanti, sto a monosillabi.

 

Che due edipi eccezionali

Li vedevi quei due, lei 28 lui 40, lui che mamma lo chiamò così perché facesse il prete. Lei che si sentiva dire come sei sensuale, sembri un’araba e pecchiamo se facciamo questo fuori dal sacro vincolo. Lei 28, questo a mio padre non piacerà, vecchio e separato. Lui acqua di lago, lei poesia.

Prima. Li vedevi quei due, lui 18, lei pure, come si impara a far l’amore, riempirci i diari di come ci si mostra nude al bordo del rubarti la camicia. Lei 18 questo a mio padre piacerà, no, troppo presto, troppo poco figlio di pari. Lui acqua salata, lei poesia.

Dopo. Li vedevi quei due, lei 38, lui una merda, cosa conta l’età se sei una merda, lei 38, ecografia quasi sbagliata tra le mani, le parole fredde dell’odontoiatra. Lei 38, questo a mio padre piacerà, certo, ricco, intelligente; no, ha la faccia di chi vaatroie. Lei 38, ringrazia, gentile, bisturi nelle carni totale tre. Lui acqua amniotica, lei prosa.

Ancora prima. Li vedevi quei due. Lei 28, loro niente. Diagnosi in mano di quelle che al telefono non si dicono, lei 28, un lui la moto, un lui la casa. Lei 28, lei non piange, non può, ha gli scrutini. Maligno, dove – come?- nascono i bambini. Lei 28, questo mio padre lo capirà; sì, prima in ospedale, poi agli scrutini. Lui acqua acetata, lei muta.

18, 38, 28, 40. Li vedevi quei due. Lei è oggi, lui è un domani, due numeri che non escono sulla stessa ruota, lei è oggi, spogliarsi di ragazza, lui è bene e il bene non ha numero, non ha nomi e destini, non ha carte di dolore in mano, il bene non ha madri né padri, il bene mette i piedi nell’acqua di gennaio con la sciarpa. Lei acqua di mare, lui è il dono dell’inizio.

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Di barche, di ghiacci, di cose di cuore

Non volere il televisore per anni, passare per radical chic mentre accenderlo ti costava sapere che sotto il plaid sul divano mancava qualcuno con cui discutersi il telecomando, o baciarsi, nel caso.

Una barca che quando non è tempo di navigare, sa stare ai margini dei muri di freddo.Foto1635È ancora dicembre, riconosci i paesaggi ma in Fargo dei fratelli Cohen ti rimane poco chiaro il senso della scena del compagno di classe della poliziotta incinta.
Cammino ancora facendo buchi nel ghiaccio, per leggiadria, per pesantezza, perchè il suono della lastra sottile che cede somiglia alle mie disarmonieFoto1630

Il ghiaccio può essere una miccia. Si complica l’elenco degli errori e dei legami intelligenti e intransigenti.

anniversari controversi

Ci sono giorni che batteranno il tempo sempre, e arrivano impietosi, puntuali a ricordarti, a scandirti. Si affievoliscono però, almeno nel dolore o nell’incomprensione e così cambi l’aggettivo, non sono più anniversari avversi come l’anno scorso, stesso giorno, non li copre più il segreto di un post protetto da password, esiti perfino, fino a qui, di volertici fermare ancora, a segnarli i giorni. Lo fai, perché scrivere serve a questo, a procedere il tempo. Io dubito fortemente che la vita mi vedrà alle prese ancora con quanto di femminile mi è stato dato e tolto in un batter di ciglia, in un volo d’aereo; dubito fino ad averne sentore certo, che certe seconde occasioni non passano più ma gli anniversari controversi son come quando ci hai pensato e lo sai che non capita ma se ricapita non piangi non piangi non piangerai più ma riderai come una pazza, mi piace pensare che riderei del ridere di Sara quando seppe di generare Isacco. Per cui la seconda puntata dello Shuffle, e una muta promessa di altri aggettivi senz’altri anniversari. Per cui:

19 settembre 2012  ovvero Cose da donna

Ho cominciato a sognare cose da donna su un terrazzino liberty ombreggiato di glicini. Avevo dodici anni,  sarebbe stata l’ultima estate senza mestruazioni, ascoltavo le canzoni alla radio, lanciavo un pallone al chiuso del pergolato e sognavo l’infinito di cosa e chi sarei stata da grande sull’infinito di un lezioso e aperto pianoforte. La canzone alla radio, di quando non sapevo l’inglese, diceva pressappoco così:

“Everytime you go away, you take a piece of me with you”

A 12 anni sei come carta moschicida, ti resta appiccicato addosso più di qualcosa, qualcosa sì qualcosa no. Ma non a caso. Se in una canzoncina ci senti il tuo infinito.

Quando poi l’inglese l’ho imparato, giocoforza, a trentott’anni quasi, “Everytime you go away, you take a piece of me with you”, quando ogni cinque settimane gli dicevo è come se mi spezzassero un braccio, amore, all’aeroporto e lui, amore, a dire, devi razionalizzare “Everytime you go away, you take a piece of me with you”.

Se io avessi una figlia di 11 o 12 anni oggi (ma non ce l’ho), non le farei ascoltare musica, non la farei crescere tra i glicini, non le farei leggere “il piccolo principe” nemmeno in regalo nemmeno in inglese, al massimo la porterei, al massimo, al museo della scienza e della tecnica ogni sabato.

Alla lunga, sulla lunga distanza, gli aridi vincono e razionalizzano.

Simpatia portami via

Stamattina dallo specchio mi sorrideva una signorina sorridente con una fascia sui capelli, le mani a gabbiano e una frangetta inquietante che pareva Jennifer Bears uscita a ballare dagli anni ’80: la prossima volta i dischetti struccanti li scelgo anonimi che quella mi sorride al mattino come se dicesse che gli amori sono come gli autobus, infatti se aspetti un po’ ne passa un altro.

Poi lo sketch in cui mi sorride Logorrinka dicendo avevi uno splendido décollete ieri stavi proprio bene al collegio, le fo notare che non posso fare diversamente e lei insiste dice sì ma sodo (?) e nemmeno il tempo di respirare aggiunge però ho visto, hai deciso di non fare più la tinta? Sai invecchia.

Immediatamente dopo quattro ore dico quattro ore di aria fritta sulla sicurezza about lo stress tra i fattori di rischio di natura psico-sociale. Ahhhhhh, davvero. In pausa una conferenza colta su come chi fa l’orario lo faccia guardando i film porno, vista l’idea di buco; che poi se otto colleghi su nove dello stesso consiglio han chiesto il sabato libero il sabato potrà fare cinque ore di lezione filate il nono no? Si chiamano desiderata. Desidererei mandarceli, sì.

E poi a mezzodì l’incredibile: collega 666 già attiva psicoattiva e psicoreattiva pare abbia da discutere sull’attribuzione delle classi a me. A me che non fo nulla, non faccio neanche Dante. Dante un calcio sui denti a lei prendente.

Meno male esiste il pomeriggio, mi sono tolta lo smalto arancio, ho insegnato a un nuovo fanciullo cosa è il lessico valutativamente orientato, sia mai che tra qualche anno apra anche lui un blog, sono andata allo specchio a salutare la signorina sorridente e mia sorpresa ce n’eran due, di signorine sorridenti, una delle due con un po’ di doppio mento ma ch’amma ffà, le ho detto ciao Jennifer, allora sto autobus? Poi ha cominciato a piovere e io sono uscita ad annaffiare le piante ché io son quella che annaffia con la pioggia e le piante di fragole buttano ancora e la menta che invece è invasiva sta tirando le cuoia.

Poi, mi son detta perché le persone a scuola non si fanno almeno la frangetta di Jennifer Del CotoneStruccante se non proprio il sorriso e le mani a gabbiano, infatti simpatia portami via, via via al mare per esempio, allora ho buttato un costume e un prendisole in una piccola borsa; perché sono quella che annaffia quando piove e che parte quando meno se lo aspetta. Autobus a parte.

Vigliacco

Stasera non dovrei scrivere, dovrei restarmene qui in balìa del concerto di Battiato alla radio, in balìa del mio sentirmi viva, pulita. Ormai tanti anni fa,  un uomo che diceva di amarmi, dopo qualche mese dalla fine della nostra storia, mi comunicò via sms di essersi innamorato di un’altra donna, lo fece con una caduta di stile incredibile, sottintendendo che lei, quella nuova, valeva la pena di una scelta che con me non era stato il caso di fare.

Non ho alzato la testa per tre anni, tre anni in cui ho studiato, ho avuto l’immissione in ruolo, ho visitato Cuba, Creta, la Slovenia, la Grecia continentale, Londra, Berlino, Parigi, Monaco, una miniera di amici. Ma nessun uomo, nessuna carezza, mentre sedimentavo informazioni su chi fossi, come amassi, cosa volessi.

Poi arrivò Massimo, arrivò che avevo ancora l’eco di paure, le misi tutte sul piatto, sii te stessa, sembrò capirle tutte, lucidò l’armatura celeste e il filo interdentale, lanciando al galoppo il cavallo bianco. Scriveva amore con la a maiuscola, come quello di prima, usava il condizionale nei verbi, come quello di prima. Ma non volevo far pagare al secondo il prezzo del primo. Forse. O forse è che son semplicemente una stupida.

La stupida era nervosa in questi giorni, non capiva perché, sentiva qualche minaccia lontana, a volte le capita. Sono giorni di luglio strani, giorni forieri di cattive notizie, giorni in cui si mescolano la vita e la morte, giorni in cui quasi compiere quarant’anni ti fa capire che non c’è più nulla da capire. Che il meglio è per sempre alle spalle.

Ho i tempi lunghi, invidio le persone che ricaricano le pile in fretta, che si aprono ai sentimenti, al sesso, velocemente, segnando meglio il ritmo di questo cammino avaro. Io non sono così, lo so da tempo. Lo sai anche tu, Massimo. Ma questo non ti ha impedito di scrivermi oggi per avvisarmi, come quello di prima, che sei di nuovo innamorato (good for you), della donna “della tua vita, una donna che ama senza chiedere, senza condizioni”. Lei sì che ti ama, potevi aggiungere.

Insomma, diversa da me (per fortuna, e la fortuna è tutta mia) ché a me sta cosa di amare senza chiedere e senza condizioni mi sa tanto di quando si finge di accontentarsi di scopare per ore e di farsi portare a cena al ristorante costoso contente del luccichio del cazzo e del portafogli (pardon, della passione e della bella vita, volevo dire).  Sai che c’è? C’è che sono orgogliosa di NON amare senza chiedere e senza condizioni.

E che non so se da domani questo blog chiuderà, cambierà nome, cambierà almeno password che sono stanca di digitare l’indirizzo dell’appartamento in cui mi è stato chiesto molto e mi sono state dettate condizioni. Non lo so da domani che accadrà.

So che ora finalmente qualcosa non accadrà più e che quando è accaduto l’ho fatto accadere nel modo giusto. E ne sono felice. Dubito che leggerai questo, Massimo che ti dovresti chiamare Minimo, ma se dovesse succedere, non leggere tutto, lìmitati al titolo, per te è fin troppo.

brigante se more

Non ho una parola italiana che possa sostituirla. Restucce. Me la insegnarono la prima sera mi dissero Gennà Gennà scarpe comode che ea stà cu li pier rint a rre restucce. C’è un luogo dell’anima ed è l’estate del grano falciato sotto quel rudere medievale, quello che lo vedi dall’altra parte della montagna e ti sembra facile salirci, quello che tuo padre scalzo tra le restucce ci andava a lavorare piccolo e quando non studiavo diceva sempre Gennà èran mejj quatt puorc ra pasc a la preta r lu piesc. Che poi ho studiato e tanto e il sostrato osco umbro e lo so cosa vuole dire piesco nei toponimi. Ma quello è un toponimo di cuore e una notte all’anno ci s’andava a ballare le canzoni ritmate di Eugenio Bennato. A tarantare in mezzo alle restucce.

Ecco perché ierisera mi son detta vado qui nell’alto Varesotto a sentirlo Eugenio Bennato, perché lo so che è bravo, lui, e mi inonda di corde di chitarra battente e mediterraneo. Ma. Il ma è l’emozione del sud mancato, di quegli applausi certo caldi ma seduti. Niente notte, niente stelle, niente restucce, niente inno di giovinezza (che ero piccina e il cugino con la chitarra me la insegnava e tutta la brigata di sera al passeggio la cantava, perché sta musica s’adda cagnà). No, l’ho preferito là.

Tutti mi chiedono in questi giorni cosa fai per le vacanze. Ah, la nevrosi occidentale. Ho troppe risposte a questa domanda che per Gennà equivale a non averne niuna; è da ieri sera però che mi è venuto su l’odore di restucce, che si è intrecciato a una telefonata che non arrivava da mesi ma oggi sì, dai scendi si sposa vale.

Che se fosse notte, in mezzo alla restucce ancora, potessi perdermi e ritrovare scendendo le scale, il tono canzonatorio di nonna ah ti si azata e pecché? ammiccando all’orologio con le lancette dritte a segnare il nord, il nord di un sud d’amore, e un catino di ciambelle irpine, nonna mi manchi, impasto di patate, lu crescend, e mille cristalli di zucchero.

le ciambelle di nonna le ho trovate qua: http://www.blogvs.it/tag/tenuta-montelaura/

Allora sì che a tagliarmi le caviglie nelle restucce tornerei. Brigante c’aggia murì.

Il post delle fragole

 

E’ nata. E’ mia. E’ fragile, è unica.

Ora è fuori, da sola, ha il suo posto nel creato, nel buio mentre io sono al riparo  e  ricordo un ballare di ogni sera. Che era come attendere che nascessero le fragole.

O come sapere di caffé. Sapere che  “So they’ve got to find those extra cups to fill
They’ve got an awful lot of coffee in Brazil”…

Qualcuno è alla frutta. Qualcun altro si farà un buon caffé, quanto mai potrà esserlo buono, senza le mie mani, senza di me.