Da che punto guardi il mondo tutto dipende
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Manifesto
Glielo spieghi ai Comeback cosa è un manifesto di poetica. Tutto bene, controlli che abbiano capito, tieni alto il morale della truppa (poveracci, autoflagellàntisi) e dici, farfugli cose come intenzioni programmatiche, cifre stilistiche, insomma se avete capito, papale papale, quale sia il mio manifesto di poetica potreste dirlo.
Si erge Ventodi(sup)ponente (per gli amici da oggi Ventodisup) che si erge e per intelligenza in quella classe e per svogliatezza e per averci messo sei mesi a non farmi più la guerra. E dice, bellino, il manifesto programmatico della profGennara è declinabile essenzialmente in tre punti 1) il turpiloquio 2) l’odio per windows condito da un po’ di femminismo 3) i gatti. Bontàssua. Rido.
A pomeriggio correggo le versioni di latino per il cosiddetto recupero in itinere (appunto, è latino) e una alla volta mi parte lo scoramento più grande del mondo, sette ore sui participi, brano non d’autore sui participi, sei sufficienze risicate, una marea di tre, la débacle di quelli bravi.
Annuncio in diretta nella classe virtuale on FB i risultati, con tono disperante. Il dialogo si fa serrato a colpi di notifica
VentodiSup: è la nostra poetica, prof, che possiamo fare
Io: niente solo che domattina all’atto della restituzione, chiedo il permesso di utilizzare il mio, di manifesto e stavolta i gatti non c’entrano nulla.
VentodiSup: rimangono l’odio per windows e il turpiloquio. Quale sarà? Possiamo votare?
Io: no
VentodiSup: prof, non si arrabbi troppo, se vuole le regalo il mio gatto
…
…
Sic transit gloria manifestantis. Et sobrietas professoressae Gennarae.
Ah, per il punto due e tre, in rete ho trovato questo di carino, perché la retorica inutile dell’ottodimarzo piuttosto esigerebbe qualche esempio del punto uno.
è un post (ed è stato interessante)
Ci siamo. Siamo al gelsomino notturno. Siamo alla mia débacle personale e reiterata.
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
Domando a CuorediTenebra: cos’è, a cosa si allude. Risponde: “ehhhh, è un post…”
Devo trattenermi dal ridere; insisto (perché io insisto, ellosò mea culpa) , a cosa si allude, i petali, l’urna. CuorediTenebro risponde “al luogo fisico in cui è successo”.
Devo trattenermi dal piangere; domando a Odefreddo: bene, abbiamo capito che è una situazione post qualcosa e si è capito anche il qualcosa e la parte del corpo in cui è successo il qualcosa. Petali gualciti, urna, felicità nuova. A cosa si allude? Odefreddo risponde: “eh, è rimasta incinta”
(Mi è andata bene. Tre anni fa, il Pascoli era rimasto fuori dalla casa a vedere la sorella fare l’amore con l’amico) (io adesso provo con Digitale Purpurea ma la strofa “M’inoltrai leggiera, // cauta, su per i molli terrapieni // erbosi. I piedi mi tenea la folta // erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni! // Vieni! E fu molta la dolcezza…” spiegategliela voi ai Latintristi).
Proiezioni
Un errore, una dimenticanza e il proiettore va a qualche altra classe, e io rimango lì e dico: bene, alternativa: grammatica, latina o italiana, a vostra scelta, cari. Oppure progettiamo sul lungo termine di uscire fantasiosamente dall’impasse. Che poi credigli a quelli che insistono “tertium non datur”. (mica sono le primarie che tertium mi è stato toltum, maledizione)(ah; ci vado, obtorto collo, al ballottaggio e mi scuso di questo latinorum ma il nipotino di don abbondio se vince, addio ché ho fatto un voto sconcertante cui la castità della Mondella è nulla a confronto).
Insomma, dicevo scelgono la terza ipotesi, la fantasia al potere di classe e mi vanno a spammare il modulo di prenotazione del proiettore su tutte le mie ore e mi dicono lunedì consegneremo anche lettera alla dirigente che siamo stufi di avere il gesso risalente alla legge Coppino (no, vabbè questo glielo ho spiegato io) che a noi ci piace usare con lei, prof, dropbox e google drive e oovoo e. Mentre il sabato, mi sa che lo sanno, il proiettore sparisce all’ultimo, alle 8.10 perché al sabato fa comodo un zac vi porto il film e ciao ciao lezione.
E io, per ringraziarli dico “bene, aprite il diario (ohhh ché siam Bottini e De Rossi e Garrone?ma prof! si contraddice) aprite il diario e scrivete i compiti. Leggere l’Orda di Gian Antonio Stella, guardare il film Lamerica di Gianni Amelio, Terraferma e Nuovomondo di Raffaele Crialese. Il tutto per le vacanze”. Quali vacanze, prof? chiede il bellantonio. “quella che ti sei presa ieri per esempio quando hai saltato il compito in classe; quel tipo di vacanze lì”. Giù tutti a ridere.
Perché i Latintristi mi son venuti fuori fasciomofoborenzianrazzisti, ma i Comeback no, questi li prendo in tempo. Parola mia.
Se la prof seguisse il Moto Gp
Se Iacopo da Lentini “inventa” il sonetto e Iacopone da Todi “inventa” (?) la lauda drammatica io mi devo inventare altre strategie, più chiare, più scandite. La terza è un frullatore; i miei simpatici analfabeti di ritorno (anzi di sola andata) pieni di buona volontà stanno studiando come matti, cose di cui non capiscono evidentemente il senso.
Ho amato e amo la mia quinta ma la sfida che questi miei Comeback (e battezziamoli, suvvia) lasciano intravedere mi mette molta più energia addosso dell’autonomia maggiorenne dei Latintristi e mi è passata la piva di quando li ho visti comparire nella casellina vicino al mio nome nel foglio di attribuzione cattedra.
E il seguito di “back to the middle ages” è pronto. Perduta nella loro prima prova scritta di italiano mi sono imbattuta in molti ragguagli sul fatto che Marco Polo da Venezia abbia raggiunto il palazzo del Gran Khan in Arabia Saudita.
In più di un tema.
Chiedendo perché abbiano scritto tale stranezza, ho ottenuto la fatidica temibile risposta “l’ha detto lei”. Ma cosa diavolo c’entra l’arabia saudita? Marco Polo è andato (forse eh) in Cina, santocielo! Lo sappiamo fin dalle elementari, come posso averlo detto io? (e intanto dentro prenotavo visite neurologiche urgenti alla prima ora così visto che ci sono la salto). Serafici i Comeback “ma era quello che pensavamo noi prima della sua spiegazione” e Sogliolone mi porta il quaderno, mi mostra gli appunti, e tutto compito, dice “vede”?
E io vedo. Sì vedo, “Marco Polo raggiunge il Qatar” (scritto così). Prof, il Qatar, c’è il moto gp, in Qatar. Sappiamo dov’è il Qatar.
Ora aspetterò maggio, per parlar loro dell’amor di Orlando per la famosa bellissima Angelica, principessa del moto gp.
Back to the Middle Ages
“Nel quarto brano è presente uno dei più famosi dei generi letterari, l’Amor Cortese. Il massimo esponente di questo genere è Andrea Cappellano il quale scrisse il de Amore un brano all’interno del quale sono presenti i canoni e le regole dell’Amore Cortese. Questo non è un amore Carnal ma concepito come desiderio. Si è coscenti di desiderare una donna che non si potrà mai avere. [...] Il secondo è una lauda drammatica scritta dal maggior esponente di questo genere, Jacopo da Lentini. Questo è un brano religioso che segue le tappe della via crucis”
E’ un indovinello, ovvio. Partecipate, è facile. Dovete indovinare cosa c’è da indovinare.
In my opilion
L’hai imparata da piccina guardando l’apemaia, la parola. É quando pensi che sia un ragno, invece no, è falso. É un falso, l’opilione.
Pensavo di non tornarci più, il mondo mediato (e anche quello mediato poco, lo dico) é stato pieno di letterine a giornali e al ministro che mi ha fatto venire voglia solo di scriverne una, a Babbo Natale. Ché a quelli di prima mi è toccato dire che non esiste e ora mi aspetto anche un ricorso, ora. Bravi, belle queste letterine, che dicono a un ministro “le ore in Finlandia sono così, io lavoro cosà”. Il ministro, dopotutto, che ne sa.
E tutti a dire ma quando mai 24 ore, io non le faccio, tu gli dici ma guarda che a 24 ci si può arrivare, perfino per contratto, poi a dirti ah ma tu dici quelle “a base volontaria”, chi dice dobbiamo bloccare gli scrutini, chi dice le gite, chi dice ma tu non capisci. E chi scrive. E tua madre che guarda il soffitto e ti dice “ma quando te li togli i ragni, te?” (ehm ehm) E io dico “Mamma guarda bene è un falso, è un opilione”
Hai di sabato pomeriggio la riunione coi genitori dei Latintristi, quelli che li guardi e puoi dire “che fo, ve la leggo, la programmazione?” “ce la risparmi prof, l’ultima volta” e non ce n’è uno seduto alla sedia, piuttosto sui banchi, devono aver preso da te; e si ride, e si dice “che facciamo la notte prima degli esami?” “andiamo a bercela che li abbiamo portati fin qui, che s’arrangino ora”. E nell’informalità, azzardi. Glielo dici, ai genitori, che secondo te i latintristi han fatto una buona scuola. E un silenzio d’assenso, le nuche che pare che seguano un ritmo, il mio cuore caldo. La guardano l’aula, la vedono (è sporca). Sì, però non c’è ombra di altro opilione.
E allora io ci andrò all’assemblea venerdì, ci vado con la proposta di cavalcare l’onda della svegliata che questa mia categoria pare si sia data, e trasformarla non in protesta ma in esserci meglio. Io dirò che voglio assemblee con ragazzi e genitori, per esempio. Alla mia collega che dice “deve essere una protesta politica” si può dire che la politica c’entra ma che son anni che non si vede un’assemblea d’istituto dai ragazzi. Che politica vuoi. “Non la sapevano fare”. Maddài. E noi, a che serviamo.
Al dirigente che mi dice eh però eh però teniamo conto dei genitori nel votare l’accorciare il quadrimestre a cose fatte, gli dico al dirigente che l’anno scorso il ministero ce l’ha imposto il voto doppio, di votarlo a novembre (e lo raccontavo puntuale qua) e ora invece ci chiede di rivotarlo unico. E che si decidano se un voto è un ragno o è un opilione.
Che di solito al bar si dice che sto governo ci sta spremendo le mutande, io che al bar ci passo solo a quello della scuola perché un caffé buono a 50 centesimi non me lo leva nessuno (o forse anche questo è un privilegio, pagatelo un euro come tutti, o voi fannulloni) dicevo io ci provo a leggere Ilsole24 ore. Coi latintristi, che non s’annoiano, pare. Questo governo (lo dice anche Libero) è cattivo ma sugli insegnanti ha fatto proprio bene. E’ ora che la società si ribelli ai docenti, questi parassiti impiegati part-time.
Tutti a dire, tutti a scrivere: forse che là in alto stessero facendo le prove per capire quale é ragno e quale opilione?
Forse ho sbagliato, mi va di dirlo.
Forse stamattina ho sbagliato. Non ho fatto sciopero. Sono andata a lavorare, ho raccolto nelle mie classi in orario decine di alunni vaganti nei corridoi con le sedie in testa perché qualche collega invece lo sciopero l’ha fatto. Nessun iscritto alla CGIL, mi va di dirlo. Quasi tutti colleghi col sabato libero. Mi va di dirlo.
I genitori lo sanno, che i loro figli vengono distribuiti a caso con le sedie in mano in altre classi? Mi va di dirglielo. Forse i genitori penseranno che se dall’anno prossimo i professori avranno un orario in classe aumentato da 18 a 24 questa cosa non accadrà più. Forse pensano soltanto che, dato che poco facciamo noi professori, fanno bene a farci lavorare di più con lo stesso stipendio. Ben ci sta. Mi va di dirlo.
Forse stamattina ho sbagliato. Mi sono detta come posso creare disagio senza scioperare? E allora in terza ho scoperto che qualcuno tra loro ritiene che manifestare sia solo da facinorosi; poi ho capito che nessuno e dico nessuno sapeva, per esempio, di genova, del G8, del 2001, nessuno di loro sapeva cosa fosse la Diaz (e cosa sia successo).
Ma come è possibile, ragazzi? Beh, prof, avevamo 5 anni.
E l’11 settembre a NY, lo conoscete? Beh, certo, prof, è stato anche lutto nazionale. (????nazionale di quale nazione, ragazzi? mi va di dirlo)
Non è colpa nostra, prof. La televisione non ci ha detto nulla di Genova.
E a casa, di cosa diamine vi parlano i genitori a casa? Mi andava di dirlo. (forse ho sbagliato)
Mi sono messa lì e glielo ho detto io cosa è stata Genova, ho detto loro correttamente che però io non ero là. Ho raccontato loro del film, raccomandando di non vederlo, è presto, è troppo forte, che non ho retto io, vedendolo. Qualcuno ha detto “ma così mi incuriosisce, oggi lo cerco”. Mi va di dirlo. (forse ho sbagliato)
E poi gli ho detto che a giorni sarà pronto il PDF con il percorso di narrativa contemporanea fatto tutto per loro, apposta per loro. Mi va di dirlo.
A casa, una casa ad alta densità di CGIL, non ho sentito la parola crumira, che è rimasta anche lì solo il nome di un biscotto friabile. Perché io l’ho fatto uno sciopero, stamattina. Ho manifestato, eccome se mi sono manifestata. Forse ho sbagliato. Mi va di dirlo.
E sono uscita mentre qualcuno dei terzini canticchiava una stupida canzone dei Lunapop. Una canzone del 2000. Di quando avevano 4 anni.
Mi va di dirlo.
che schiava di Roma…
qui nella verde provincia, tutto bene. sì, l’ultimo anno coi Latintristi, sì. appunto. compito in classe, a ridosso della campanella. Prof, ci lascia altri 5 minuti? Nuuuu, veloci, ragazzi, è urgente, devo andare, mi scappa la pipì.
Vocina di Bromur, in sottofondo (come al solito). Chiosa, chi osa. “Gò d’anà al cess”
No, Bromur, mi sono espressa in modo più sbarazzino. Quando sarò una nonna lombarda, forse…
Vocina di Bromur, in sottofondo (come al solito). Chiosa, chi osa. “cioè mai”
In effetti, Bromur, stavolta hai ragione, non sarò mai nonna, di questo passo.
Vocina di Bromur, in sottofondo “io mi riferivo al lombarda”
…
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mi piace il giovedì e non dico bugie
Una prima, sono piccoli, e alla porta da tre giorni bussano uno alla volta quelli grandi, quelli che se ne sono andati e ora vengono a salutare. Non so se per nostalgia di quello che è stato per cinque anni un porto sicuro rispetto alla nuova avventura universitaria che hanno davanti o forse perché in qualche modo hanno bisogno di dirti che ce l’hanno fatta, bisogno che nasce dal non averglielo detto spesso, che tu ci credevi comunque. Una prima che ha già dentro un bell’impegno, e che non m’importa, è una sfida grossa, sono morbida solo di forme, il resto è di quelle che cominciano a giocare alloraquando il gioco si fa come si sa. Tosto. Una prima che mi fa fare qualcosa di lasciato da parte da tempo. Mi presento loro con la pagina più bella di tutta la letteratura italiana. Alla fine dell’ora gliela leggo. E leggo così:
“Ora bisogna sapere che Pinocchio, fra i suoi amici e compagni di scuola, ne aveva uno prediletto e carissimo, il quale si chiamava di nome Romeo; ma tutti lo chiamavano col soprannome di Lucignolo, per via del suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignuolo nuovo di un lumino da notte.
Lucignolo era il ragazzo più svogliato e più birichino di tutta la scuola: ma Pinocchio gli voleva un gran bene. Difatti andò subito a cercarlo a casa per invitarlo alla colazione, e non lo trovò: tornò una seconda volta, e Lucignolo non c’era: tornò una terza volta, e fece la strada invano.Dove poterlo ripescare? Cerca di qua, cerca di là, finalmente lo vide nascosto sotto il portico di una casa di contadini.
— Che cosa fai costì? — gli domandò Pinocchio, avanzandosi.
— Aspetto la mezzanotte, per partire….
— Dove vai?
— Lontano, lontano, lontano!
— E io che son venuto a cercarti a casa tre volte!…
— Che cosa volevi da me?
— Non sai il grande avvenimento? Non sai la fortuna che mi è toccata?
— Quale?
— Domani finisco di essere un burattino e divento un ragazzo come te, e come tutti gli altri.
— Buon pro ti faccia.
— Domani dunque ti aspetto a colazione a casa mia.
— Ma se ti dico che parto questa sera.
— A che ora?
— Fra poco.
— E dove vai?
— Vado ad abitare in un paese…. che è il più bel paese di questo mondo: una vera cuccagna!…
— E come si chiama?
— Si chiama il «Paese dei Balocchi.» Perchè non vieni anche tu?
— Io? no davvero!
— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me, che se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri; lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedì non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedì e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!…
— Ma come si passano le giornate nel «Paese dei Balocchi?»
— Si passano baloccandosi e divertendosi dalla mattina alla sera. La sera poi si va a letto, e la mattina dopo si ricomincia daccapo. Che te ne pare?
— Uhm!… — fece Pinocchio; e tentennò leggermente il capo, come dire: — È una vita che la farei volentieri anch’io.
— Dunque, vuoi partire con me? Sì o no? Risolviti.
— No, no, no e poi no. Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo perbene, e voglio mantenere la promessa. Anzi, siccome vedo che il sole va sotto, così ti lascio subito e scappo via. Dunque addio, e buon viaggio.
— Dove corri con tanta furia?
— A casa. La mia buona Fata vuole che ritorni prima di notte.
— Aspetta altri due minuti.
— Faccio troppo tardi.
— Due minuti soli.
— E se poi la Fata mi grida?
— Lasciala gridare. Quando avrà gridato ben bene, si cheterà — disse quella birba di Lucignolo.
— E come fai? Parti solo o in compagnia?
— Solo? Saremo più di cento ragazzi.
— E il viaggio lo fate a piedi?
— Fra poco passerà di qui il carro che mi deve prendere e condurre fin dentro ai confini di quel fortunatissimo paese.
— Che cosa pagherei che il carro passasse ora!…
— Perchè?
— Per vedervi partire tutti insieme.
— Rimani qui un altro poco e ci vedrai.
— No, no: voglio ritornare a casa.
— Aspetta altri due minuti.
— Ho indugiato anche troppo. La Fata starà in pensiero per me.
— Povera Fata! Che ha paura forse che ti mangino i pipistrelli?
— Ma dunque, — soggiunse Pinocchio — tu sei veramente sicuro che in quel paese non ci sono punte scuole?…
— Neanche l’ombra.
— E nemmeno maestri?
— Nemmeno uno.
— E non c’è mai l’obbligo di studiare?
— Mai, mai, mai!
— Che bel paese! — disse Pinocchio, sentendo venirsi l’acquolina in bocca. — Che bel paese! Io non ci sono stato mai, ma me lo figuro!…
— Perchè non vieni anche tu?
— È inutile che tu mi tenti! Oramai ho promesso alla mia buona Fata di diventare un ragazzo di giudizio, e non voglio mancare alla parola.
— Dunque addio, e salutami tanto le scuole ginnasiali!… e anche quelle liceali, se le incontri per la strada.
— Addio, Lucignolo; fa’ buon viaggio, divertiti e rammentati qualche volta degli amici. —
Ciò detto, il burattino fece due passi in atto di andarsene: ma poi, fermandosi e voltandosi all’amico, gli domandò:
— Ma sei proprio sicuro che in quel paese tutte le settimane sieno composte di sei giovedì e di una domenica?
— Sicurissimo.
— Ma lo sai dicerto, che le vacanze abbiano principio col primo di gennaio e finiscano coll’ultimo di dicembre?
— Di certissimo!
— Che bel paese! — ripetè Pinocchio, sputando dalla soverchia consolazione. Poi, fatto un animo risoluto, soggiunse in fretta e in furia:
— Dunque, addio davvero: e buon viaggio.
— Addio.
— Fra quanto partirete?
— Fra poco.
— Peccato! Se alla partenza mancasse un’ora sola, sarei quasi quasi capace di aspettare.
— E la Fata?…
— Oramai ho fatto tardi!… e tornare a casa un’ora prima o un’ora dopo è lo stesso.
— Povero Pinocchio! E se la Fata ti grida?
— Pazienza! La lascerò gridare. Quando avrà gridato ben bene si cheterà. —
Amo questa pagina, amo la perfezione di quei buoni propositi di bimbo intaccati dai sogni, che parola dopo parola, puntini di sospensione dopo puntini di sospensione rivelano il contrasto tra piacere e dovere, e il nostro dovere, leggendo Pinocchio, è leggere tra le righe il crescere degli Italiani nell’Italia Umbertina (però non confondiamo gli Umberti eh). Leggere tra le righe il monito antipedagogico di Collodi, che il lieto fine alla Storia del suo Burattino glielo mette obtorto collo, in tutti i sensi. Perché Pinocchio finisce morto impiccato, impiccato alla Quercia Grande, e là lo avremmo lasciato a piagnucolare il nome del suo suo babbo, se non fosse stato per i debiti di gioco del Lorenzini. Mi piace pensare agli scrittori pieni di debiti e a quante pagine altissime dobbiamo a tali cose considerate bassezze, mi piace pensare ai dissoluti e a dove si intrufola la letteratura, mi piace pensare al Rapagnetta che scappava in Francia e si faceva pubblicare il necrologio per aumentare le vendite dei suoi libri; mi piace pensare all’Ugo rosso di capelli e a quante donne sospirassero per lui, e ai suoi giochi di specchi.
Mi piace da impazzire la bambina che c’è in me e quella settimana in cui di giovedì non si va a scuola e la settimana è fatta di sei giovedì e una domenica, mi piace che fino in fondo a questo romanzo, che abbiamo la colpa di aver relegato nella “letteratura per l’infanzia”, ti resti la convinzione che medici, fate turchine, giudici, grilli parlanti, carabinieri non la spuntino mai sulla vitalità del bugiardo più simpatico e furbo della nostra storia perché l’autorità è da sempre castrante quando è cieca e immobile; la metamorfosi dovuta in bravo bambino (in adulto, in cittadino del regno) è controversa. E’ senza idillio, e anche questo mi piace.
Con questo disordinato intervento mezzo vissuto mezzo riscritto, mi piace l’idea di aver partecipato, per la prima volta ai venerdì del libro di Homedemamma. Mi piace anche l’idea che qualcuno torni a riscoprire Pinocchio nella versione integrale, e mi permetto di consigliare l’edizioni Einaudi con prefazione di Giovanni Jervis e le illustrazioni di Mazzanti e di Chiostri.




