Via con la Sigla!

Scuola e politica. Mi chiedo come farle tornare d’accordo. Punto primo: non rimpiango necessariamente la scuola dei tempi miei, l’ultima a vedere forse i ciellini pregare mentre FdG si menava con FGCI che in quarta ginnasio solo capire le sigle per me provincialotta (ma comunque figlia di operai che sapeva districarsi almeno tra CGIL CISL UIL) fu un bel lavoro; poi continuai bellamente a trascorrere le assemblee d’istituto, tante, importanti, in cui il mondo entrava a scuola, in cui quello che succedeva fuori era anche dentro, dicevo, le trascorrevo a capire. E come succede a 18 anni, a imparare una posizione; ideologica certo, ma pur sempre una posizione.

Poi a scuola ci son tornata dall’altra parte e di politica non ce n’era più. Ma come, mi chiesi cosa mai fosse successo, l’han poi rimessa in gabbia la Pantera? Da docente non la vidi più, vidi molta pretura in tivù, ascoltai dirigenti scolastici comandare ai bidelli di togliere dalle aule tutti i fogli, poster, manifesti di ogni tipo. Di OGNI tipo. Alla fine degli anni 90 le aule furono spoglie. Non erano belle quelle pareti, malintonacate di bianchi sporchi, senza segni di gioventù. Io che avevo vissuto in quinta col banco dietro una semicolonna su cui era appeso un piccolo cartello, invisibile ai più, con il disegno stilizzato di un silos, il mio apotropaico per la maturità.

Qualche anno dopo fui al centro di una piccola polemica nella mia scuoladiprima: indossavo quella mattina d’estate una maglietta rossa (acc!) con un Che Guevara tanto piccolo che per guardarlo ci voleva un microscopio ma che divenne oggetto di una discussione incredibile con un collega. Uno dei tanti che si presentano alle classi dicendo nome cognome e “sono credente”, uno dei tanti che non potevano insegnare a me neutralità. E mi attaccava, da pluralista come amava definirsi, “E’ un simbolo strumentalizzato da una certa parte politica, è un simbolo di guerriglia, non dovresti permetterti di venire a scuola “timbrata”". Vero. Nella scuola pubblica bisognerebbe essere tutti neutri, per la pluralità di cui il collega si riempiva la bocca. E aizzava gli alunni a richiedere i crocifissi (mancanti, perché nelle superiori, lo si sappia ancora, non ci sono i crocifissi nè tantomeno la foto del presidente della repubblica).

Qualche anno dopo ci fu il clima minatorio targato governo Moratti Ambassador, io non potevo parlare male del governo e mentre i miei alunni sfoggiavano sui diari sempre più grossi adesivi verdi meteogeografici con soli su cime alpine, io non potevo più nemmeno completare il tanto abusato quanto simpatico adagio del “Piove, governo mariuolo”. Ecco il suggello di questo mio percorso strampalato, lacunoso, aleatorio. Lo so.

Ma io sento la necessità del ritorno nella politica nella scuola. Non dell’indottrinamento (e qualche collega, pazientemente, nell’ombra, ha continuato pure questo, tirando ciascuno l’acqua al proprio mulino e facendoli sbarellare). Nemmeno dell’educazione civica perché  è uno spazio ghettizzato in partenza e perché ogni progetto vagamente socioculturale lo si mette dentro lì (dalla costituzione all’unità d’Italia alla Shoah al quotidiano in classe finendo al centenario trendy del momento)

Io sto dicendo politica politica. Lo sto dicendo perché ho una classe (di liceo classico) fatta di ragazzi intelligenti che dovranno votare e ammettono di non conoscere nemmeno cos’è un iter di legge, la differenza tra camera e senato, dicono non è colpa nostra, mi chiedono non si nasconda prof, ci faccia capire cosa pensa lei, ce lo dica. Stamattina su un’ode di Orazio di fronte all’etimologia della parola minister sono rimasti colpiti. Minister (da minus) è un subordinato, un servitore, è colui che ti serviva a tavola, è colui che dovrebbe essere subordinato e servire lo Stato e i cittadini, è colui che ti mette nel piatto la minestra. Non che te la toglie. Quanto lontane le parole siano dalla realtà e le possibili conclusioni lasciamo che facciano da soli. Lo faranno come meglio credono.

Ma a me ridate le parole. E a loro restituiamo le assemblee d’istituto. Politicizzate. Dal basso. Non che li mettiamo in aulamagna a (non) ascoltare l’esperto di turno. O a (non) ascoltare almeno 10 cose diverse che poi tra Anpi, Rotary, Libera, Arma dei carabinieri, Avis Gioventù Studentesca, vattelapesca e indovinala grillo. Le assemblee autogestite forse sono un punto di partenza. Perché io non voglio suggerire, non voglio subdolamente passare la MIA visione della polis contro quella subdola di qualche altro, seduto in cattedra l’ora precedente alla mia. Perché fare politica non significhi catturare emotivamente adepti a chissà che poi, dato lo sconfortante panorama partitico attuale. Ma sia proprio impedire che fuori i partitelli i movimenti i non-movimenti i finto movimenti lo facciano al posto nostro.

Chè la scuola siamo noi. E anche la storia, siamo noi.

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22 pensieri su “Via con la Sigla!

  1. pochi pescano facendo buchi nel ghiaccio, e pochi insegnano cos’è la politica e come funziona tutto quell’ambaradam che dovrebbe servirci e governarci…provaci

  2. concordo, ce n’è un gran bisogno: mia figlia voterà quest’anno per la prima volta e le uniche cose che sa le ha imparate a casa, l’autogestione più concreta che han fatto in 5 anni l’han fatta per la fornitura della carta igienica dopo i tagli a effetto retroattivo della Mariastar. Fortuna (!) ha voluto che io e suo padre, di bande diverse, si viva da bravi divorziati in case diverse, così lei ha avuto almeno due campane per farsi un ‘idea sua…^^ (e poi dicono sfigati i figli di divorziati :-D )

  3. Mi sembra un ottimo spunto ed una cosa talmente fondamentale da avviare per educare una nuova classe sociale. Le nuove generazioni che appassionandosi alla politica, non solo darebbero forza e valore al proprio voto, ma dovrebbero e potrebbero finalmente sostituire la nostra vecchia ed inaffidabile classe politica. Solo dalle scuole può partire un reale cambiamento della società!!

  4. Piccola divagazione in gran parte motivata da vicende autobiografiche… ai miei tempi (che poi sono anche i tuoi) a scuola di politica si parlava già molto poco. Ricordo che in quinta il Prof di filosofia ci chiese per quale partito avessimo votato e su 24 studenti circa 18 dichiararono di aver dato la preferenza ai Verdi (non quelli di Bossi eh, quelli più simpatici legati all’ambiente…).
    A casa però di politica e di attualità se ne è sempre discusso parecchio. Quando avevo 5 anni mio papà mi cazziò perchè avevo osato protestare contro la tv che parlava sempre dell’omicidio di Moro (non ne potevo più di quella foto del cadavere in auto, mi impressionava troppo): ”taci, è importante!!”. Uffa, il peso di quegli anni di piombo l’ho avvertito anch’io, nonostante all’epoca andassi all’asilo. Il tg in casa si guardava e si commentava, niente di strano quindi se in terza elementare conoscevo i partiti politici e sapevo cos’era la Comunità Economica Europea. E allora mi sorge il dubbio: senza cadere nell’esagerazione (sorry, daddy) questo compito di informare e discutere non dovrebbe spettare prima di tutto alla famiglia? Non è che adesso sia peggio perchè si preferisce accendere Sky e vedersi la partita?

  5. Che io i Ciellini li ho visti eh quando ero al liceo. Che ho visto anche le magliette del Che Guevara. Che ho visto anche quelli di lotta comunista vendere i giornali fuori dall’uni. E il mio compagno delle medie che si è candidato con una bella cravattona verde. Ma era tutta roba da poco, nessuno, dall’altra parte della cattedra, ha mai davvero spiegato e discusso con noi. Io, cresciuta in una casa findamentalmente apolitica (ma cattolica), la mia idea me l’ero fatta, quando ero al liceo. Poi l’ho mutata, quando sono arrivata in università. Poi l’ho mutata di nuovo, ora che sono dall’altro lato della cattedra (mai tornando verso la prima direzione, sia chiaro). E boh, cioè, e mo’ non saprei che dire ai miei alunni piccoli. Non saprei davvero che pesci pigliare. Mi manca un pezzo importante: la conoscenza storica delle vicende dell’Italia. 3 — al mio prof di storia del Liceo (però 7+ per quando faceva filosofia).

  6. Mi accodo tardiva al bellissimo post. Concordo, va da sé. Credo che riportare la politica a scuola dovrebbe passare dalla consapevolezza (nostra) che il vivere è politico e dunque fare gli educatori per conto dello stato è politico. Che è una bella parola lo stesso, sempre. Chissà se questa consapevolezza potrebbe fare da collante variegato nelle scuole, in modo da trovare uniformità (da noi, tanto per dire: crocifissi in una sede dell’Istituto [a parte nelle aule dove io li tolgo all'inizio dell'anno e li nascondo negli angoli della scuola], nessuno in un’altra; in qualche parte della scuola il presidente c’è [Ciampi, ma non si può avere tutto] e sulle pareti e le porte [quando ci sono] della classe c’è di tutto) in come la scuola si porge nelle sue strutture. L’unica cosa su cui forse non sono d’accordo è l’educazione civica, che io vedo volentieri al posto di religione (un’ora di Civilisation, alla francese o all’inglese, a seconda della pronuncia, a tuo piacere).

    • allora siamo d’accordo anche in questo: educazione civica al posto della religione. Anche se qualche collega di religione in gambissima io ce l’ho e ti dirò: non il laico, da napalm, bensì il sacerdote. Quando la realtà è variegata e mi impedisce i pregiudizi!!! p.s. ricominciare dalla strutture: sì, perfetto. E’ il primo atto politico necessario.

  7. E brava la Gatta, che bel post che ha fatto. Hai detto così tante cose, e così piene che dovrei scrivere il doppio di quello che hai fatto tu (e già lo sai che son prolisso, che te lo dico a fa’?).

    E invece ti dico questo: io le superiori le ho fatte quando ancora si stampava Lotta Continua (e guarda ora il suo ex direttore che parla della juve beato in televisione – aborrrrro!), quando c’erano i picchetti davanti alle scuole, gli eskimo, l’”a monte”. Quando Venditti cantava ancora “compagno di scuola”, per poi rendersi conto che era meglio cantare “Sara”, rendeva di più. Aveva capito il riflusso prima di tanti altri, ed era solo il 78.

    Cosa volevo dire con questa follia? Semplice, che ci vogliono tante Gatte Gennare nella scuola, che facciano casino non per indottrinare i ragazzi, ma per provare ad insegnar loro a ragionare, una fatica ancora più complessa oggi rispetto ad allora: negli anni 70 oltre alla politica non c’era molto altro che poteva distrarre l’attenzione (anche se non è detto che queste poche cose fossero tutte naturali, eh? quanti tossici fra i miei compagni di scuola). Gatte Gennare che non diano soluzioni, ma che insegnino che il meglio è ragionare, cercare, mai accontentarsi….

    • gattagennara ringrazia. di gattegennare ne ho conosciute e ne conosco altre, tante. Molte passano dal mio blog, per esempio. La scuola italiana non fa così schifo come vogliono farci credere. E se lo fa non è certo (o non è solo) per la qualità dei docenti.

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