Torni da una visita d’istruzione (il solito eufemismo per la gita scolastica) per scoprire e ricordarti perché erano anni che non ce li accompagnavi più, torni da una vivace città anche se grigia e torni in classe dove le veneziane sono già abbassate perché la stagione vuole imporre luce sulle loro facce. Avevano un articolo di giornale da consegnarmi, i Latintristi. Un miserando articolo in dodici giorni di ore buche e supplenze di me gitarola. Torni e trovi qualche articolo già nella tua mail di lavoro, atta a ricezione di tali chicche e al risparmio di risorse amazzoniche. Al mattino torni e totale lavori consegnati: 8 su 22. Gli altri? Dai cavalieri della sincerità a quelli che il genitore ti prega di mille possibilità per risolvere il problemino di italiano scritto che si trascina fin dalle elementari (sic). Che se la fanciulla si mettesse anche a fare quel che c’è da fare sarebbe un bel passo avanti. Torni e qualcuno ti dice “ma io pensavo che avrebbe oggi fatto il ripasso per l’analisi del testo che abbiamo lunedì”. Una bella staffilata, ti indicano anche che lil tuo agenda-setting è povero rispetto alle aspettative. Stronzi. (Si può dire?). Eh no, ciccetti, il ripasso per l’analisi del testo l’ho fatto nelle ultime interrogazioni sul Tasso, per le quali vi ho chiesto maggior tasso di interesse (stronza io, si può dire? perché nelle ultime interrogazioni ho costruito un percorso che porta dritto dritto al testo scelto per il prossimo compito). Cadono dalle nuvole che ti direbbero tipo macosacavolostaidicendowilli se solo conoscessero Harlem contro Manhattan. Gli interrogati ammettono è vero, che il ripasso è stato fatto. E così torni a fare il pippolone sorridente con sorriso acidino, lo ammetto. E via con l’Europa, con la loro preparazione, con il loro saper scrivere ma vuoto. E che sono stanca del fatto che mi rimbalzino addosso la poca voglia di lavorare e che io del resto ho poca voglia di scrivere sul registro che il diciottenne Tizio non ha fatto i compiti e che il diciottenne Caio si fa sempre 10 minuti di intervallo in più. Insomma che Sempronio si arrangi (si fotta- si può dire?). E così torni a scoprire che non sanno nemmeno cosa sia Twitter e che qualsiasi loro mancanza è una “cosa di cui mica c’è bisogno di sapere” (cit.). E tutti, quando fai loro notare un qualcosa, protestano iniziando la frase con “eh ma è perché, eh ma è che io”. Al che torni all’acidità di cui prima e senza diritto di replica gliela canti chiara che è tempo di imparare a dire soltanto “Scusi. Scusi professoressa”. E basta. Così, fattosi quel silenzio ostile che ci vuole, torni a fare lezione come da giovedì primo marzo terza ora e a parlare dell’articolo di giornale, di come scrivere quello che dovrebbero avere da dire. E che dovrei avere 22 cose interessanti da leggere, diverse perchè ciascuno ha qualcosa di importante da dire.
Ed ecco una voce che uccide il silenzio ostile “Scusi prof, le faccio una domanda che forse le sembrerà non inerente ma secondo lei a chi può interessare davvero quello che io, Bromur Inaria, ho da dire?”
Io la risposta l’ho data a Bromur e a tutti gli altri o perlomeno ci ho provato. Ma quel silenzio ostile è diventata una guerra perché nemmeno la grammatica latina dell’ora successiva si è salvata dalla sfiducia, perché se gli correggi un’acca e non gli spieghi non bene ma ottimamente il perché, ti tolgono la pelle di dosso e usano la loro intelligenza per sopraffarti. E’ solo marzo e sono stanca. Mica glielo posso dire così ai latintristi. Ragazzi, a volte odio la vostra adolescenza, le vostre domande giuste, il vostro vivacchiare sbagliato, i miei aggettivi manichei. Mica gliela posso dire così, la frase. Stronzi. (si può dire?)
Me ne sono andata al parcheggio respirando Zefiro che torna -pure lui- e a ritroso ho camminato sui loro cuori, che all’andata stamattina ci aprivano a tutti la strada. E’ ora che io torni, a seguirli, quei cuori.
